il libro

Uomini e donne sulle tracce di Dio (con la benedizione del Papa)

Il libro di Alberto Burzio, in arte Barba Bertu, racconta storie di religiosi non “altolocati”, preti e suore che vivono vicino ai poveri. Anche per questo l’autore ha ricevuto una telefonata di ringraziamento da papa Francesco

di Dario Ceccarelli

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Il libro di Alberto Burzio, in arte Barba Bertu, racconta storie di religiosi non “altolocati”, preti e suore che vivono vicino ai poveri. Anche per questo l’autore ha ricevuto una telefonata di ringraziamento da papa Francesco


5' di lettura

Quella che segue è una storia particolare, dal sapore d’altri tempi, che ci racconta Alberto Burzio, detto Barba Bertu, un collega giornalista che vive in Val Varaita a Frassino. Un paese di neanche mille abitanti in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, la cui cima, quasi sempre incappucciata da una nuvola bianca, si può ammirare come se fosse dietro l’angolo.Barba Bertu, corrispondente per diversi giornali locali, è anche uno scrittore molto apprezzato in Piemonte. I suoi libri parlano di persone semplici: contadini, operai, artigiani, casalinghe, parroci che vivono in questi valli, un tempo densamente abitate, ora affollate solo per le vacanze o per i lunghi ponti come Pasqua o altre ricorrenze.

Barba Bertu, te ne accorgi subito, ama molto parlare. E scrivere. In un’altra vita, avrebbe fatto il cantastorie, ora si può dire che è un inesauribile affabulatore. Soprattutto col camino che scoppietta davanti a un bel piatto di ravioles, che sarebbero gnocchi di patate arricchiti con un saporito formaggio locale e una buona bottiglia di Nebbiolo.

Ma la sua vera passione, a parte le ravioles, è quella di raccoglier storie di vita. Un “talent scout dei cuori” , dice di lui padre Cesare Faletti, monaco cistercense fondatore del monastero di Pra'd Mill.

Storie di uomini di Chiesa. Non quelli più altolocati, vescovi o cardinali di gran nome, ma quelli di seconda e terza fila, preti e suore che vivono vicino ai poveri, in solitudine: eroi silenziosi, “integratori di sorrisi”, che fanno da presidio a un territorio spesso dimenticato dalla politica nazionale. Posti che “non fanno notizia”, a meno che avvenga un grave fatto di cronaca che rimbalzi, anche grazie ai social, sui telegiornali o sui grandi quotidiani.

Queste persone, poco avvezze a stare al centro della scena, Barba Bertu le intervista con la stessa curiosità, quasi infantile, che dedicherebbe a un personaggio famoso, a un attore o un cantante con milioni di followers. E così ha fatto anche nella sua ultima opera “Uomini e donne sulle tracce di Dio “ (editrice Velar, 15 euro) in cui Burzio racconta i non comuni percorsi di queste persone, che sembrano venir fuori da un mondo che non c'è più, e invece c'è eccome, solo che ci passa accanto come se fosse una zona parallela, lasciata in ombra dal faro dei media nazionali, tutti presi da cosa dirà Salvini su vattelappesca o da cosa diranno le (non più) vallette di Amadeus al festival di Sanremo.

Il libro sta andando bene, Burzio lo ha presentato in diverse serate raccogliendo interesse e curiosità. Tutto nella norma, ma all’improvviso, un pomeriggio, ecco il colpo di scena.

Ce lo racconti tu?
«Sì, era il pomeriggio di sabato 28 dicembre 2019. Erano le 17 e 20 e suona il cellulare. Numero privato. Una voce dice: “Pronto, sono papa Francesco”. Io a momenti cado dal divano. E dico di non far scherzi, burlone, che non ci casco.

Alberto Burzio con suor Vincenza delle “Perle” di Dronero

“No, no, non è uno scherzo, sono proprio Papa Francesco'” risponde divertito il pontefice. “E volevo ringraziarla perchè ho tra le mie mani il libro che ha scritto e mi donato…”.
“Io gli dico emozionato: guardi che io non merito tanto onore, sono un suo ammiratore, però se è proprio papa Francesco, le chiedo di esaudirmi un sogno. Che lei si metta in contatto con suor Vincenza, una suora di 90 anni della Casa della Divina Provvidenza di Dronero, che da una vita assiste 13 disabili per 360 giorni all’anno. Questo è il sogno della mia vita…”.
E il Papa risponde tranquillo: “Guardi che suor Vincenza l’ho già chiamata. E stata anche una telefonata simpatica. Le ho anche chiesto, come mai è sempre restata a Dronero. E lei, sempre scherzando, mi ha risposto che con un caratterino come il suo nessuno la vuole …”».

Barba Bertu si accalora: «Per me è stato il massimo della vita. Suor Vincenza è quasi svenuta dall'emozione. E io nel mio piccolo ho contribuito a renderla felice».

Senti, Barba Bertu, proviamo a parlare del tuo libro. Delle storie che racconti. Chi sono questi uomini e donne sulle tracce di Dio?
«Io nella mia vita di giornalista, ho 60 anni, ho una grande passione: quella di raccogliere le storie delle persone. Ne ho già intervistate più di 300. Questo libro raccoglie un'antologia di storie di vita di religiose e religiosi, raccolte negli ultimi 20 anni. Ci sono diversi personaggi: il prete esorcista della diocesi di Saluzzo che fonda un ordine di suore a Bellino in Alta Val Varaita e 26 ragazze che si fanno suore per servire i montanari… Ho anche avuto la fortuna di intervistare 4 monache di clausura, che non è facile. C'è la storia molto particolare di quell’uomo che da giovane sognava di fare il frate, ma si sposa diventando maresciallo dei carabinieri. E poi, per una strana combinazione della vita, entra in convento a 55 anni…».

Quali sono i principali problemi che vivono le persone che hai intervistato?
«Sono tutte persone che, al di là delle diverse scelte fatte nell’ambito della Chiesa, cercano di vivere il Vangelo tutti i giorni, cosa che non è facile come sa chi conosce bene il Vangelo. C'è un comune denominatore in queste storie: la preghiera. Quasi tutti dicono che se non preghi, non c'è niente da fare. Non si va avanti. E anch’io, che ogni tanto a volte ho dei dubbi sull'esistenza di Dio, quando penso a suor Vincenza che a 90 anni, con la schiena piegata in due, assiste tutti i giorni 13 disabili, mi domando e rifletto: ma chi è che dà a questa donna minuta la forza di andare avanti? Ecco, allora, in quel momento, capisco bene da dove arriva questa forza. E davvero non c'è altro da aggiungere».

In un momento come questo, di crisi delle vocazioni, il loro impegno è ancora maggiore. O no?
«Sono persone che non si tirano indietro. Io se devo dire quali sono le donne più felici che ho incontrato, non ho dubbi: sono le monache di clausura. Più di una badessa mi ha confermato che, contrariamente a quello che pensa la gente, in clausura non finiscono le donne più spente, ma quelle più vivaci. Una sorpresa. Io ne ho incontrate qualcuna e posso confermarlo…».

Queste persone, che spesso vivono in solitudine, fanno da presidio a comunità spesso abbandonate. Non si sentono dimenticate anche dalla Chiesa?
«Dipende dalle situazioni. Ci sono per esempio i monaci di Pra'd Mill, che è un posto molto bello in provincia di Cuneo, sui monti di Bagnolo, dove in una borgata, che era diroccata, ora ci sono 16 monaci che vivono e lavorano tranquillamente. Se si sentono ai margini della Chiesa? No, non ho questa sensazione. Ho incrociato delle persone che mi dicono tutte di far parte a pieno titolo della Chiesa. Anche se hanno fatto scelte di vita molto diverse. Ho anche incontrato degli eremiti. Mi ricordo di un frate cappuccino che d’estate viveva in un eremo sopra Limonetto ed era molto accogliente con le persone di passaggio. Tu arrivavi dopo una camminata di mezz'ora nel bosco e lui, in silenzio e con un sorriso, ti offriva una ciotola pena di grappa e una piena di zuccherini».

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