John Steinbeck

Uomini e topi: archiviato Pavese

di Mario Andreose

4' di lettura

Verso la fine degli anni Trenta del Novecento, a dieci anni dalla fondazione della sua casa, Valentino Bompiani guarda all’America per arricchire il catalogo d narrativa straniera, nutrito finora da due autori ad alto tasso di intrattenimento come Körmendi e Cronin. Era troppo tardi per prendere Faulkner, la sua prima opzione, e così trova Steinbeck, oltretutto fresco di stampa in patria. Con una tempestività sorprendente per quei tempi, Uomini e topi venne pubblicato nel 1938, pochi mesi dopo l’edizione americana, tradotto da Cesare Pavese. Consapevole della felicissima acquisizione, Valentino punta al lancio dell’autore, non solo di un libro, pubblicando nel giro di due anni Pian della Tortilla e La battaglia , tradotti rispettivamente da Elio Vittorini e Eugenio Montale (in prospettiva: congiunzione di due Nobel), e il capolavoro assoluto Furore (la cui nuova, esemplare traduzione di Sergio Claudio Perroni abbiamo recensito sulla Domenica del 27 orrobre 2013).

Ora, a quasi ottant’anni di distanza, la traduzione di Pavese viene archiviata, in nome della filologia, come bene argomentato da Luigi Sampietro - che da anni sovrintende alla riedizione delle opere di Steinbeck - nell’Introduzione a questa nuova edizione di Uomini e topi. Il successore di Pavese, nel rispetto anche della tradizione Bompiani, non poteva essere che uno scrittore, un romanziere come Michele Mari, che aveva altresì testimoniato la sua affezione steinbeckiana nel convitare, con il suo gusto per il pastiche, il personaggio di Lennie nel suo romanzo Roderick Duddle. Svaniti gli idiotismi piemontesi ai quali il povero Cesare si era aggrappato nel tentativo di «dire quasi la stessa cosa» (Eco), riguardo il linguaggio, le rudi interiezioni di poveri, e a volte esasperati, braccianti sullo sfondo della Grande Depressione, la nuova versione si rivolge a lettori del tutto contemporanei, a vantaggio di un long-seller destinato a rimanere tale.

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Certo, il racconto ha la forza di un apologo, di una parabola, che rimangono vividi nella memoria. Accanto ai personaggi principali Lennie e George e la moglie di Curley (non ha un suo nome) compare un grappolo di personaggi, tutt’altro che minori, tutti definiti, tutti essenziali allo svolgersi della trama e, per certi versi, paradigmatici. I dialoghi tessono il racconto, come un’incalzante sceneggiatura (ci dicono le cronache che, in una delle numerose riduzioni teatrali, le battute fossero estratte per l’80% tali e quali da libro). Sul comportamento di Lennie, il gigante buono e ritardato mentale, e della moglie di Curley, la bella malmaritata, unica presenza femminile, l’autore dissemina tutta una serie di indizi, presagi di incombente tragedia che ancor più attanagliano l’attenzione del lettore. E, anche, come non essere partecipi del piano disperato di riscatto di George, sulla via già indicata da Thomas Jefferson con il suo Land Act, di un fazzoletto di terra da acquistare con qualche centinaio di dollari, che lo trasformerebbe da bracciante a piccolo coltivatore diretto? Un sogno che sottrarrebbe Lennie al suo destino e che ha contagiato e coinvolto il vecchio Candy e il negro fiero e discriminato Crooks, uno che, per sottrarsi alla solitudine a cui è relegato, legge tanti libri. Nel ranch, in cui si svolge l’azione, ognuno vive solo, nonostante la contiguità di undici ore di lavoro giornaliero e delle brande; l’amicizia, e la dipendenza, di Lennie e George, appaiono incomprensibili e, agli occhi del rissoso prepotente figlio del boss Curley, provocatorie. La moglie di Curley, giovane e bella com’è, sognava di diventare attrice; Curley s’è rivelato un disastro, ossessivo geloso; la moglie di Curley si trova spesso nel luogo sbagliato, come la camerata dei braccianti o nella stalla dove dorme Crooks; il pretesto è cercare Curley, ma la molla sono la solitudine e la noia. Gli uomini la temono come una trappola che li porterebbe come minimo in galera e se ne stanno alla larga; tutt’al più, come il giovane Whit, traggono l’ispirazione per un’urgente visita al bordello nell’imminente provvidenziale domenica. Non George, che non può sottrarre neanche i 3 dollari e 50 del caso al suo gruzzolo destinato all’acquisto della terra. Ma Lennie, che ha il cervello di un bambino e ama accarezzare, con esiti involontariamente letali, gli animali morbidi, topi, cagnolini o i sognati conigli che siano, un momento che George non è con lui, non è in grado di prevedere, né di temere le conseguenze dell’invito della moglie di Curley a carezzarle i capelli. Poi nulla sarà come prima. La vicenda, in unità di tempo e azione, che coinvolge George, Lennie, Candy, Slim, Curley, la moglie di Curley, Crooks, è stata così tradotta da Edmund Wilson in una metafora: «…è come se sentimenti umani e il discorrere fossero stati attribuiti a un branco di lemming avviato a buttarsi in mare».

L’immensa fortuna critica di Uomini e topi è soggetta a continue revisioni e aggiornamenti secondo le stagioni culturali, come è possibile verificare in The Essential Criticism of John Steinbeck’s Of Men and Mice a cura di Michael J. Meyer (Scarecrow Press 2009) che parte dal momento dell’uscita fino ai nostri giorni, dove, in controluce, la sensibilità politica fa aggio su quella letteraria, a sinistra come a destra. A partire dai tardi ’70, il romanzo viene passato al setaccio del political correct, forse nel tentativo (fallito) di sradicarlo dalle scuole, di lingua inglese, ma non solo, dove è tra i libri più usati: i temi evocati, a tale proposito, sono il turpiloquio, la volgarità, il sessismo, il maschilismo, l’eutanasia, l’anti-businness (corrispettivo del nostro anti-capitalismo?), il razzismo…

Anche se non ha avuto la fortuna di Furore, tradotto in film da John Ford, Uomini e topi è stato più volte portato sullo schermo e a teatro, in versioni che si sono sempre segnalate per la grande fedeltà al testo, merito della sua qualità drammaturgica. Segnalerei la versione cinematografica del 1992 diretta e interpretata da Gary Sinise come George e John Malkovich come Lennie.

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