INTERVISTA Al leader della Cgil

Landini: «Urgente la liquidità alle imprese, occorre difendere il lavoro»

«Chi chiude ora rischia di non riaprire, ma chi incassa i benefici poi non può delocalizzare»

di Giorgio Pogliotti

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(GettyImages)

«Chi chiude ora rischia di non riaprire, ma chi incassa i benefici poi non può delocalizzare»


4' di lettura

«Qualsiasi azienda chiusa e qualsiasi posto di lavoro perso oggi, rischia di essere perso per sempre. Quindi va assicurata subito la liquidità alle imprese, perché grandi o piccole che siano non devono chiudere. Bisogna porre, però, alcune condizioni: non devono licenziare, né delocalizzare e devono garantire l’assoluta sicurezza dei propri lavoratori».

Il leader della Cgil, Maurizio Landini, parla dei prossimi provvedimenti in cima all’agenda del governo per affrontare l’emergenza Coronavirus, e sollecita l’avvio di un confronto con le parti sociali sulla “fase 2” di rilancio, rifiutandosi di indicare date («spetta alla comunità scientifica, non a me»), per porre al centro «una nuova politica industriale che corregga gli errori del passato». Perché una volta finita l’emergenza «non si potrà tornare alla situazione precedente, va cambiato modello di sviluppo e discusso un piano straordinario di investimenti pubblici e

privati».

Segretario, anzitutto, come giudica il primo intervento organico del governo sul mondo produttivo, il decreto Cura Italia: è stato efficace, o servono correttivi?

Lo considero un primo intervento importante che ha aperto una discussione sul superamento dei vincoli europei, per affrontare la situazione straordinaria che rappresenta la priorità. Il decreto va nella direzione giusta, ma non è sufficiente e bisogna mettere in atto altri provvedimenti, sia per assicurare la liquidità delle imprese, che il sostegno al reddito ai cittadini, ai lavoratori dipendenti e a tutti i rapporti di lavoro. Chiediamo al governo di aprire questa settimana un confronto con le parti sociali, mai come adesso è importante gestire assieme questa situazione

inedita e straordinaria.

Al prossimo consiglio dei ministri è atteso un decreto con un’importante iniezione di liquidità per le imprese. È una priorità condivisa dal sindacato?

È importante prevedere forme di prestito agevolato e misure fiscali che tutelino le imprese, anche il sistema bancario può svolgere un importante ruolo sociale. Ma le imprese non devono chiudere, né delocalizzare, devono discutere con le Rsu di sicurezza e garantirla. Va poi esteso il divieto di licenziamento per tutto il periodo dell’emergenza, non è sufficiente l’orizzonte temporale di 9 settimane di sospensione dei licenziamenti contenuto nel decreto Cura Italia.

Il dibattito è proiettato anche sulla cosiddetta “fase 2”, si parla di una ripresa graduale con diversi orizzonti temporali, per dare un segnale che l’attuale situazione di chiusura pressoché generalizzata è destinata ad essere superata. Qual è il suo punto di vista sui tempi, settori, da far ripartire?

La bussola deve essere la salvaguardia della salute e della sicurezza delle persone, che viene prima di ogni altra cosa. È questa la condizione per poter ragionare del futuro produttivo ed economico del Paese. Non discuto di date, non spetta a me ma alla comunità scientifica. Si deve pronunciare in modo chiaro il comitato scientifico, il ministero della Salute, devono indicarci quali possono essere le azioni da mettere in campo per combattere il virus.

Ma non teme che, in assenza di un’indicazione sull’avvio della ripresa d’attività, si parla della metà di aprile o di maggio, interi settori produttivi rischino di essere cancellati e tanti cittadini in situazione di grande difficoltà economica, finiscano per perdere ogni speranza?

Le misure straordinarie che il Governo sta mettendo in campo e la necessaria discussione in Europa devono servire proprio ad evitare questi rischi. Ripeto, non servono forzature, ma un lavoro collegiale per arrivare ad una graduale riapertura delle attività. Non siamo ancora fuori dal picco dei contagi. È importante continuare ad assicurare la tutela e la sicurezza, a partire dalle persone che già oggi sono al lavoro, poi affrontare gradualmente la situazione.

Si può pensare ad un utilizzo intelligente degli ammortizzatori sociali, che si accompagni ad una diversa modulazione degli orari di lavoro, per gestire una riorganizzazione ed una riduzione degli orari finalizzata a lavorare in sicurezza. È decisivo che le persone abbiano fiducia e siano coinvolte, questa è la condizione per affrontare un domani la ripresa.

Sono convinto che il lavoro sconfiggerà il virus, ma perché ciò accada deve essere un lavoro svolto in sicurezza. Per questa ragione abbiamo firmato un protocollo sulla sicurezza insieme alle associazioni datoriali con le regole per garantire la protezioni nei luoghi di lavoro che restano aperti. Continuare con proclami pubblici non aiuta, è il momento della responsabilità.

Questa epidemia cosa ci sta insegnando?

La discussione che dobbiamo fare è sul nuovo modello di sviluppo. Decidere quali sono le produzioni essenziali, investire sulla salute, sulla sicurezza, sulla ricerca e sull’istruzione, sulla tutela e riqualificazione ambientale. Stiamo subendo le conseguenze negative dei tagli alla sanità e allo stato sociale, penso ai 70mila posti letto tagliati, alle strutture chiuse, al depotenziamento dei servizi sanitari sul territorio. Il lavoro sta cambiando paradigma, il ricorso al digitale ci pone la necessità di rilanciare gli investimenti sulla banda larga, sulla formazione.

Va affrontata la lotta al cambiamento climatico che se perseguita modificherà sistemi di produzione e contenuti del lavoro. In questo contesto ho trovato fuori luogo dire che bisogna tornare ai voucher in agricoltura o rilanciare i condoni fiscali, l’emergenza non si affronta rendendo più precario chi lavora o incentivando l’evasione fiscale.

Questa discontinuità richiede anche una nuova politica industriale. Che ruolo può svolgere lo Stato?

Occorre istituire un’agenzia per lo sviluppo per pianificare gli investimenti, individuare le filiere produttive su cui farli convergere. Un’istituzione in grado di pianificare quelli pubblici necessari nelle infrastrutture materiali e immateriali, che abbia un ruolo di regia.

Bisogna tornare a fare politica industriale con un ruolo attivo di Cdp. Ma per la quantità di investimenti necessari, oltre a Cdp bisogna ragionare di come mettere in moto i fondi di previdenza complementare, che oggi non sostegono appieno la nostra economia. Serve una discussione con l’Europa, anche sugli eurobond e sul finanziamento del debito, perché è evidente che per ripartire sarà necessario aumentarlo, ma non è pensabile che superata l’emergenza ci vengano richieste misure di Austerità per risanarlo.

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