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Urne aperte, porti chiusi: così la ricerca del consenso incide sul decreto sicurezza

di Simone Lonati


(NICK JAUSSI / SEA-WATCH)

4' di lettura

Ieri c’erano la legge del mare e le convenzioni internazionali sui rifugiati. Oggi servono un magistrato, un sequestro, ripetuti e inascoltati appelli per dare un porto sicuro a chi è in fuga da scenari, come la Libia, sempre più allarmanti.
Questa è la triste conseguenza dei recenti tentativi del ministro dell’Interno di criminalizzare il soccorso in mare, proponendo multe per chi salva vite umane e mettendo ancora più a rischio la vita di persone vulnerabili in cerca di sicurezza, alle quali non viene offerta alcuna alternativa.

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Ben due, del resto, nel giro di pochi mesi, sono stati i decreti “sicurezza e immigrazione”: uno è il Dl n. 113/2018, poi convertito in legge n.132/2018; l’altro è il decreto sicurezza bis, proprio in questi giorni è stato in discussione al Consiglio dei ministri.

Sono diversi i contenuti, ma è analogo lo spirito di fondo: nelle intenzioni politiche del Governo il fenomeno migratorio, lungi dal rappresentare un evento fisiologico, quasi inevitabile e, come tale, da regolare nel modo più funzionale possibile, assume invece i contorni di una perenne emergenza da gestire mediante politiche legislative di carattere eccezionale.

L’esordio più significativo di questa politica anti-immigrazione è senz’altro rappresentato dall’eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari a opera del primo decreto legge. Una forma di tutela - quella ora abrogata - definita dalla Corte costituzionale «non integralmente tipizzabile nelle condizioni per il suo riconoscimento, coerentemente con la configurazione ampia del diritto d’asilo contenuto nella norma costituzionale». Stravolgendo la ratio della definizione legislativa che appositamente lasciava ampi margini a una interpretazione estensiva, la protezione umanitaria è stata ora sostituita con la tassativa indicazione di cinque permessi di soggiorno speciali, decisamente più tipizzati e che, di fatto, hanno finito per restringere oltre modo, sino quasi ad abrogare del tutto, l’ambito di applicazione di questa forma di tutela.

È così che, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) non ha esitato a esprimere «preoccupazione per alcune norme del decreto legge» definite «in potenziale contrasto con la normativa internazionale sui rifugiati e sui diritti umani» in quanto suscettibili «di indebolire il livello generale di tutela con particolare riferimento alle persone vulnerabili e con esigenze specifiche». Le preoccupazioni espresse, com’era prevedibile, sono rimaste inascoltate.

Il nuovo giro di vite in materia di sbarchi, soccorso in mare e immigrazione si è materializzato nel testo del decreto sicurezza bis che, alcuni giorni fa, è stato al centro del confronto politico e istituzionale. Si punisce, questa volta esplicitamente e con sanzioni di tipo amministrativo (fino alla revoca della licenza di navigazione) chi salva vite umane soccorse in acque internazionali. Una sanzione, quella prevista nella prima versione del testo del decreto legge, direttamente proporzionale al numero dei profughi e dei naufraghi salvati. Una sanzione, tuttavia, nella pratica semplicemente inapplicabile: di fronte allo stato di necessità nessun giudice può condannare chi soccorre persone in mare rispettando un obbligo di legge, o chi rifiuta l’ordine illegittimo di respingere i profughi verso un paese in guerra.

Neanche in quest’occasione si è fatta comunque attendere la replica della comunità internazionale nei confronti dell’ennesima iniziativa governativa. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha espresso «serie preoccupazioni» per il contenuto del decreto sicurezza bis e, in particolare, per la previsione delle sanzioni amministrative nei confronti di chi fa ricerca e soccorso di vite umane posto che«il diritto alla vita e il principio di non respingimento dovrebbero sempre prevalere sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale».

Salvare vite, in altre parole, deve rimanere un obbligo anche per il nostro Paese. Complici le perplessità costituzionali avanzate dal Quirinale, sembra che questa volta le preoccupazioni legate all’eccessivo decremento delle tutele umanitarie riconosciute nell'ordinamento italiano abbia trovato ascolto. È di pochi giorni fa, infatti, la presentazione di una nuova bozza (la quarta) del decreto sicurezza-bis nella quale la sanzione amministrativa è prevista a carico «del comandante, dell’armatore e del proprietario della nave» nella sola ipotesi di violazione del divieto di ingresso in acque italiane. Non dovrebbe più comparire quindi il riferimento a profughi, naufraghi e migranti.

Perché e come si arrivati a questa situazione? Una possibile risposta c’è e non ha nulla a che fare con la necessità di risolvere un’emergenza effettiva di sicurezza pubblica. Non è un segreto che, politicamente, la “logica securitaria” costituisca un espediente assai efficace: il risultato, in termini di dividendo elettorale, è infatti garantito. Il copione è noto e collaudato. È sufficiente individuare di volta in volta il nemico da combattere per poi assecondare, a suon di leggi e decreti legge, quel nutrito bisogno di rassicurazione collettiva creato nell’opinione pubblica. Il richiamo al consenso elettorale è troppo forte per non essere ascoltato, il nemico troppo semplice da individuare: è così che prende corpo la politica “sicurezza e immigrazione” di questo Governo. Poco importa, poi, se a pagare il prezzo per l’auspicata “sicurezza” siano i diritti delle migliaia di persone innocenti: i migranti o, appunto, gli asseriti nemici. Poco importa poi se ridurre il soccorso in mare a favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rappresenta un’aggressione senza precedenti a principi che sono alla base dell’azione umanitaria.

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