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Usa, dopo Huawei anche Xiaomi nella lista nera di Trump

L'accusa è pesante: affiliazione all'esercito della Repubblica Popolare Cinese. Vietato alle aziende americane fare investimenti in quelle società

di Biagio Simonetta

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(AFP)

4' di lettura

Il colpo di coda di Donald Trump investe Xiaomi. Il colosso cinese, che recentemente ha festeggiato il sorpasso su Apple (diventando il terzo produttore di smartphone al mondo, dopo Samsung e Huawei) è stato inserito nella famigerata lista nera insieme ad altre otto aziende cinesi. L'accusa, per Xiaomi, è pesante: affiliazione all'esercito della Repubblica Popolare Cinese. E la conseguenza è quella vista già altre volte, nel corso degli ultimi anni, e cioè l'iscrizione alla black list.

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha aggiunto all'ormai famigerato elenco altre nove aziende cinesi (tra cui Xiaomi), tutte ritenute di proprietà (o controllate) dall'esercito cinese. E per le aziende nell'elenco sono scattate alcune restrizioni, tra le quali il divieto – per le aziende americane – di poter fare investimenti in quelle società. Tra le nove società cinesi incluse nella lista del Pentagono, anche la Commercial Aircraft Corporation of China (Comac), un importante produttore di aerei di proprietà statale, che la Cina vuole imporre come alternativa a Boeing e Airbus.

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Un ban soft

Doccia gelata, insomma, per Xiaomi, che negli scambi del venerdì mattina a Hong Kong ha perso oltre il 10%. Il Dipartimento della Difesa americano, in una nota, ha fatto sapere di essere «determinato a evidenziare e contrastare» il rapporto tra le forze armate cinesi e le aziende che «sembrano essere entità civili» ma che supportano i militari con tecnologie e competenze avanzate. Mentre da Pechino hanno parlato di queste nuove restrizioni come un abuso di potere da parte degli Stati Uniti. Ma adesso, a preoccupare maggiormente, sono le restrizioni alle quali andrà incontro Xiaomi. Dalle prime informazioni trapelate, il ban commerciale dovrebbe essere molto meno rigido di quello che Trump ha imposto nei confronti di Huawei. Xiaomi, a quanto pare, potrà continuare ad acquistare i chip dalle aziende americane (come Qualcomm) e non dovrà fare a meno di Android (e Google).

Proprio questo fattore rimane determinante. Huawei, che da oltre un anno ha dovuto fare a meno di Google, è andato incontro a problemi enormi. Perché uno smartphone Android senza i servizi Google, in Occidente, parte da svantaggi incolmabili rispetto alla concorrenza. Per Xiaomi, insomma, si tratterebbe di un ban più soft.

Le differenze con Huawei

Probabilmente, le misure meno stringenti nei confronti di Xiaomi potrebbero trovare una spiegazione nella differenza fra le due aziende. Xiaomi, infatti, a differenza di Huawei, è una società il cui business è incentrato sui prodotti di consumo, e non sulle infrastrutture di Rete. Da questo punto di vista, in un'ottica di controllo delle infrastrutture 5G e dei dati che le attraversano, per il Pentagono Xiaomi ha meno influenza di Huawei. Da qui la scelta di prevedere limitazioni meno pesanti.

La difesa di Xiaomi

Intanto, dal distretto pechinese di Haidian, dove Xiaomi ha sede, arrivano le prime parole dell'azienda: «Xiaomi – è scritto in una nota - ha sempre rispettato la legge e agito in conformità con le disposizioni e i regolamenti delle giurisdizioni dei Paesi in cui svolge la propria attività. La Società ribadisce che fornisce prodotti e servizi per uso civile e commerciale. Conferma inoltre di non essere posseduta, controllata o affiliata all'esercito cinese e di non essere una “Società militare comunista cinese” come definita dal National Defense Authorization Act. Xiaomi intraprenderà azioni appropriate per proteggere gli interessi della Società e dei suoi azionisti e sta esaminando anche le potenziali conseguenze di questo atto per avere un quadro più completo del suo impatto sul Gruppo. Ci saranno ulteriori annunci, se e quando Xiaomi lo riterrà opportuno».

Colpita anche una petrolifera

Sempre in queste ore, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inserito la CNOOC (China National Offshore Oil Corporation), il più grande produttore di petrolio offshore della Cina, in un altro elenco che di fatto la taglia fuori dalle forniture e dalla tecnologia americane. La compagnia era già sulla lista del Dipartimento della Difesa, e questa azione è un inasprimento delle limitazioni. «La CNOOC è utilizzata dall'Esercito popolare di liberazione per intimidire i vicini della Cina», ha detto il segretario al commercio, Wilbur Ross. Secondo gli americani, la società petrolifera ha minacciato l'esplorazione di petrolio e gas offshore nel Mar Cinese Meridionale da parte di altri Paesi, come il Vietnam.

Perché Biden non stravolgerà tutto

È chiaro che le scelte odierne, a pochi giorni dall'addio di Donald Trump alla Casa Bianca, proiettano ogni nuova decisione nella mani di Joe Biden. Eppure, pensare che il neoeletto presidente degli Stati Uniti possa spazzar via in pochi giorni le scelte del Dipartimento della Difesa (e quelle del Dipartimento del Commercio) sarebbe un errore banale. È giusto ricordare che, benché Biden abbia più volte criticato le scelte di Trump, accusandolo di aver danneggiato le imprese americane imponendo dazi alla Cina, il neo presidente americano ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti devono essere duri con Pechino, o «continueranno a derubare le aziende statunitensi». I rapporti fra la Cina di Xi Jinping e i Democratici americani, inoltre, non sono proprio all'insegna dell'idillio. Ricordiamoci che fu Obama a dare il via a quella che è considerata una rifocalizzazione militare nell'area del Pacifico. Un'operazione con un obiettivo chiaro: avere maggior controllo sulla Cina. La partita Washington-Pechino, insomma, è tutt'altro che risolta con l'arrivo di Biden alla Casa Bianca. Per Biden, la questione cinese rimane. Cambieranno di certo i toni. Chissà il resto.

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