l’escalation dei dazi

Usa-Cina, il Tesoro dichiara formalmente Pechino “manipolatore di valuta”

La mossa rappresenta un'ulteriore escalation nella guerra commerciale tra le due maggiori economie al mondo. L'amministrazione Trump ha indicato che avvierà consultazioni con l'Fmi sul da farsi per eliminare quello che ha definito come “il vantaggio competitivo” scorretto nato dalle politiche cinesi

di Marco Valsania


Le borse europee travolte dalla guerra dei dazi Usa-Cina

4' di lettura

New York - Donald Trump non ha atteso l'appuntamento ufficiale con il prossimo rapporto del Tesoro sulle valute, previsto a metà ottobre, per scatenare la sua nuova offensiva sulla Cina. Ha ordinato immediatamente al suo Ministero, ieri notte, di procedere con la determinazione ufficiale che Pechino è un “manipolatore” della divisa. Questo dopo averla accusata di indebolire ad arte lo yuan - o renminbi - oltre la soglia psicologia di 7 contro il dollaro, il livello minimo in oltre dieci anni.

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La mossa rappresenta un'ulteriore, brusca escalation nella crisi bilaterale e nella guerra commerciale tra le due maggiori economie al mondo. Non è chiaro quali saranno le conseguenze concrete, al di là dell'impatto simbolico: l'amministrazione Trump ha infatti indicato che avvierà consultazioni con l'Fmi sul da farsi per eliminare quello che ha definito come “il vantaggio competitivo” scorretto nato dalle politiche cinesi. “Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, dietro auspicio del Presidente Trump, ha determinato che la Cina è un Manipolatore della Valuta. Come risultato, il Segretario Mnuchin si impegnerà con il Fondo Monetario Internazionale a eliminare l'ingiusto vantaggio competitivo creato dalle recenti azioni cinesi”. Le autorità della potenza asiatica hanno affermato che sono invece le scelte unilaterali e protezioniste di Trump a provocare l'attuale pressione sul renminbi.

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Ma la nuova decisione di Trump di sicuro fa storia e aumenta la distanza oggi tra i due Paesi, e con essa il potenziale di degenerazioni sempre più gravi della crisi: è la prima “condanna” del genere dal 1994, dagli anni cioè dell'amministrazione democratica di Bill Clinton. La stessa amministrazione Trump aveva finora evitato per cinque volte - l'ultima ancora in maggio - nei suoi rapporti semestrali di dichiarare Pechino un Paese manipolatore nonostante la promessa del Presidente, fin dalla campagna elettorale, di prendere quella decisione dal primo giorno del suo mandato e di farla seguire da sanzioni.

Il Tesoro tradizionalmente utilizza tre criteri per muovere l'accusa: interventi sul mercato valutario, forti surplus commerciali con gli Usa e elevati avanzi della bilancia delle partite correnti. Secondo alcuni operatori è quantomeno difficile sostenere il primo j'accuse, che Pechino sia cioè intervenuta attivamente sul mercato; semmai non l'ha fatto a sufficienza per reggere una valuta, il renminbi, oggi naturalmente sotto pressione per la frenata dell'economia domestica e per le tensioni sull'interscambio. Questi stessi operatori suggeriscono inoltre che Pechino dovrà forzatamente stare attenta a evitare eccessive frane della sua divisa, per scongiurare fughe di capitali e destabilizzazioni.

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Pechino ha però fatto scattare anche altre iniziative ieri che hanno colpito la Casa Bianca spingendola al nuovo giro di vite: il blocco di acquisti di beni agricoli da parte di aziende statali cinesi e possibili nuovi dazi su tutto l'import agricolo americano arrivato dopo il 3 agosto. Era una spirale già peggiorata enormemente negli ultimi giorni: quelle misure cinesi, come l'aver lasciato scivolare la divisa, sono giunte in risposta alla scelta di Trump di annunciare che dal primo settembre altri 300 miliardi di import cinese negli Usa saranno soggetti a dazi del 10%, passo che estende sovrattasse a tutte le importazioni del made in China visto sugli altri 250 miliardi erano già entrati in vigore balzelli del 25 per cento. Di più: Trump ha detto che quel 10% potrebbe salire a sua volta al 25% e oltre. La Casa Bianca ha sostenuto di aver agito perchè i cinesi procedono troppo lentamente nelle trattative su un possibile accordo bilaterale e non hanno rispettato precedenti impegni, quali maggiori acquisti di beni agricoli e passi avanti nelle riforme strutturali. La fiducia reciproca, insomma, appare scesa ai minimi, con a strategia di Pechino che sembra voler prendere tempo per vedere se la mano di Trump si indebolisce con la campagna elettorale presidenziale americane, mentre quella americana è convinta che l'unica lezione che la Cina capisce è quella di aggressive prove di forza.

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Uno spiraglio negoziale resta tuttora aperto: delegazioni dei due paesi dovrebbero incontrarsi a inizio settembre a Washington. Ma la successione di rappresaglie spaventa oggi mercati e operatori economici, che temono danni sempre più seri a un'economia globale già indebolita e a rischio di recessione. Le borse internazionali hanno rispecchiato simili preoccupazioni battendo in brusca ritirata davanti a tamburi di guerra sempre più forti, con i grandi indici di Wall Street in calo lunedi' di circa il 3% e tornati sui livelli di un anno fa al termine di ormai sei sedute consecutive di declini. Società industriali e tecnologiche, tra le più esposte al conflitto con la Cina e ai mercati mondiali, hanno trainato i ribassi. L'indice Vix della volatilità - o della paura - a Wall Street è salito del 40%, suggerendo ulteriori scosse in arrivo.

I terremoti potrebbero aumentare le pressioni sulla stessa Federal Reserve per agire da salvatrice in uno scenario di protratto conflitto come quello che sia sta delineando. La piazza future prevede oggi al 92% altri due tagli dei tassi d'interesse entro l'anno, per proteggere l'economia americana anche a rischio di essere coinvolta a fianco delle guerre commerciali di Trump e accusata di fargli da scudiero. Era stato tuttavia lo stesso chairman della Fed Jerome Powell ad avvertire, nella sua ultima conferenza stampa, che le incertezze restano molte e, forse, di non presumere troppo: aveva ammesso che è difficile per la Banca centrale valutare con esattezza le dinamiche commerciali, il loro impatto sull'economia e la risposta di politica monetaria.

Un nuovo capitolo di tensioni è intanto emerso sul fronte militare a complicare la sfida strategica tra le due potenze. Pechino ha detto che prenderà contromisure se gli Usa dispiegheranno missili di media gittata in Asia, ammonendo i paesi della regione a non accettarli. Il progetto era stato svelato dal Segretario alla Difesa americano Mark Esper nei giorni scorsi, che aveva detto di volerlo realizzare nel giro di pochi mesi. Gli Usa hanno abbandonato il trattato con Mosca che metteva al bando simili ordigni, con il potenziale di portare testate nucleari, dopo aver denunciato violazioni da parte della Russia riconosciute anche dalla Nato.

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