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Usa, corsa ai buyback da 178 miliardi grazie al nuovo fisco di Trump

di Riccardo Barlaam

Trader sul floor del New York Stock Exchange (Ap)

4' di lettura

È la strada più semplice. La meno rischiosa. Per far rendere il capitale e sostenere le azioni. Una strada, però, che guarda al breve-medio termine. Ai rendimenti finanziari. E non agli investimenti sul lavoro, la ricerca e sviluppo e, in definitiva, al prodotto e alle sue fortune sul mercato. Per questo i dati che arrivano dagli Stati Uniti, dal record dei buyback, il riacquisto di azioni proprie da parte delle prime 500 società americane, oltre ad agitare i politici democratici all'opposizione, attira le critiche di economisti ed analisti finanziari. Più attenti alle prospettive. All'orizzonte del lungo termine. Che al rendimento immediato, che è da primato. Come dire: non tutto quello che è buono lo è realmente se si allunga lo sguardo.

1.500 miliardi di liquidità

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I tagli fiscali di Trump hanno portato in dote alle aziende americane qualcosa come 1.500 miliardi di dollari di liquidità. Grazie all'effetto combinato della riforma che ha ridotto le imposte societarie dal 35% al 21% e all'obbligo per le multinazionali americane di riportare a casa i profitti realizzati all'estero la Corporate America si ritrova a dover gestire enormi quantità di denaro in entrata. Un fiume di dollari che ha portato a un boom nelle operazioni di buyback azionario da parte delle prime 500 società di Wall Street. Buyback che hanno raggiunto i 178 miliardi di dollari nel primo trimestre. Con un balzo di oltre il 42% rispetto allo stesso periodo del 2017, secondo le rilevazioni dell'indice S&P 500. Si tratta dell'ammontare più elevato di sempre di riacquisti azionari da parte delle società Usa. Il valore più alto dal 2007 - il precedente record era di 172 miliardi - alla vigilia dello scoppio della crisi subprime. Non finisce qui: i buyback azionari a Wall Street nell'intero 2018, secondo le stime di diversi analisti, potrebbero arrivare a 800 miliardi di dollari grazie alla tax reform.

Più Wall che Main Street

Nell'ultimo anno tra buyback e dividendi gli azionisti di Wall Street hanno ricevuto payout per oltre mille miliardi di dollari, ai massimi di sempre. Le operazioni di riacquisto spingono i prezzi dei titoli, riducendo il numero di azioni circolanti, attraverso un incremento “guidato” dell'utile per azione (earning for share). Riducendo il numero di azioni sul mercato, l'operazione di riacquisto fa aumentare il loro valore dato che ogni investitore si troverà ad avere una percentuale più elevata di azioni, a fronte della diminuzione del numero di titoli complessivi circolanti.

Inoltre le prime 500 aziende americane nel corso dell'anno hanno aumentato anche i dividendi agli azionisti 182 volte, secondo le rilevazioni di Howard Silverblatt, analista senior dell'indice S&P Dow Jones. Tutte operazioni che hanno avuto come risultato quello di incentivare gli azionisti a comprare e/o mantenere i loro investimenti su quei titoli, sostiene Silverblatt. Le società riacquistano le proprie azioni perché pensano che non possano fare di meglio con i loro soldi che non remunerare il capitale dei propri azionisti. Insomma i fondi generati dalla riforma Trump per ora finiscono più a Wall Street che a Main Street. Più alla finanza che all'industria.

Gli investimenti aumentano

Gli effetti delle politiche fiscali volute dall'amministrazione Trump generano, ovviamente, giudici contrastanti tra i politici. I repubblicani sostengono che la riforma avrà un effetto simile a quello del carburante per i missili (“rocket fuel”) sull'economia americana. Di diverso avviso i democratici che ritengono al contrario che la riforma di Trump non farà che aumentare le diseguaglianze, non stimolerà gli investimenti azionari né la creazione di lavoro. Va rilevato tuttavia che nel primo trimestre, nonostante gli elevati flussi finanziari finiti nelle operazioni di buyback, gli investimenti delle aziende americane in stabilimenti, macchinari e apparecchiature sono saliti del 21% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Di solito, peraltro, il primo trimestre è quello nel quale gli investimenti aziendali sono più deboli rispetto ad altri periodi dell'anno.

Crescita drogata dei listini

In ogni caso gran parte degli economisti e degli analisti finanziari non sembra sorpresa dalla scelta di molte aziende di operare con i risparmi fiscali dei riacquisti azionari a Wall Street, piuttosto che drenare risorse per investimenti aziendali. «Le aziende americane sono piene di liquidità ma non vi aspettate che la utilizzino per investire», dice Robert Burch professore di Scienza delle finanze all'Università di Berkeley. Uno studio di Artemis di qualche tempo fa sostiene che almeno il 30% dei rialzi di Wall Street avvenuti dal 2009 a oggi siano da attribuire alla crescita artificiosa generata dai buyback.

«Le società concentrate solo sui buyback non hanno delle buone prospettive di crescita nel lungo termine», avvisa Bruce McCain, chief investment strategist della banca d'affari KeyBank. Goldman Sachs ha espresso un giudizio critico sulle società che decidono di far rientrare liquidità attraverso buyback e dividendi invece di investire nel futuro. Secondo la banca americana l'indice S&P 500 ha guadagnato due punti percentuali grazie alle politiche di Trump che hanno generato un aumento dei dividendi e dei buyback. E fa l'esempio, al contrario, di alcune società che hanno deciso di scommettere di più sugli investimenti in ricerca e sviluppo dall'elezione di Trump. Società come Kolh's, Intel e Qualcomm che hanno visto aumentare il valore del loro titolo in Borsa del 42%, meglio dell'indice S&P 500 che nello stesso periodo ha registrato un incremento del 24 per cento.

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