disoccupazione al 4%

Usa, a gennaio 304mila nuovi posti di lavoro. Quasi il doppio del previsto

di Marco Valsania

(Ap)

3' di lettura

New York - Il mercato del lavoro americano ha superato di slancio l’impatto dello shutdown, la parziale chiusura del governo che ha lasciato temporaneamente senza impiego o senza paga circa 800mila dipendenti federali e innumerevoli fornitori del settore pubblico. E per ora è riuscito anche ad allontanare le ombre che si allungano sull’economia globale, con le difficoltà emerse in Europa e tra le potenze asiatiche.
Gli Stati Uniti hanno sollevato il sipario sulla creazione in gennaio di ben 304mila nuovi impieghi, quasi il doppio del previsto, facendo tagliare all’espansione economica il traguardo storico dei cento mesi consecutivi positivi per l’andamento dell’occupazione. La sorpresa positiva è stata la maggiore dal giugno del 2009: erano, infatti, previsti 165mila nuovi impieghi.

Tasso di disoccupazione al 4%
Il tasso di disoccupazione è ugualmente lievitato – al 4% dal 3,9%, il più elevato da giugno – e probabilmente sintomo, questo, proprio dello shutdown. Il dato sul tasso di senza lavoro è infatti derivato da un separato sondaggio tra le famiglie, non tra le aziende, e dovrebbe di conseguenza aver registrato nelle risposte la forzata sospensione o assenza dal lavoro di centinaia di migliaia di dipendenti federali, anche se hanno in realtà mantenuto il loro impiego e ricevuto i compensi arretrati alla fine del blocco (e quindi per i datori di lavoro sono rimasti assunti). Sono stati inoltre rivisti al ribasso i dati di novembre e dicembre, in tutto di 70mila buste paga, ma sono rimasti nettamente positivi.

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La partecipazione della popolazione americana alla forza lavoro è a sua volta aumentata al 62,3%, la soglia più alta dal 2013 seppure ancora storicamente debole. E i salari, in passato anello più debole delle condizioni lavorative, hanno continuato una marcia al rialzo, salendo del 3,2% nell’ultimo anno. L’incremento mensile, dello 0,2%, è stato però solo un terzo dello 0,3% previsto dagli analisti.

Il negoziato Stati Uniti-Cina
L’ottimismo economico è stato nutrito negli ultimi giorni anche da valutazioni incoraggianti date dal presidente Donald Trump sull’andamento del negoziato tra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale. Trump ha indicato che un futuro summit con il leader cinese Xi Jinping potrebbe suggellare un accordo, anche se non è chiaro se dazi e tensioni sull’interscambio davvero rientreranno, visto che in gioco ci sono complessi cambiamenti nella protezione della proprietà intellettuale e nell’accesso ai mercati cinesi. Wall Street, davanti a dati e trattative commerciali, già reduce da significativi guadagni recenti che hanno fatto di gennaio il miglior inizio anno in 30 anni, è parsa avviata oggi a un modesto rialzo.

La politica accomodante della Fed
I segnali positivi per l’economia, stando agli investitori, non dovrebbero tuttavia modificare la traettoria accomodante di politica monetaria della Fed, che ha deciso di avere “pazienza” sui tassi, dichiarando una pausa indefinita nei suoi rialzi per valutare meglio le condizioni di un’espansione ormai giunta al decimo anno e i possibili ostacoli sul suo cammino, sia domestici che internazionali. La previsione è che la crescita rallenti il passo quest’anno, verso il 2% dal 3% dell’anno scorso. L’inflazione inoltre resta sotto controllo, un aspetto evidenziato dalla comunque modesta pressione salariale. E alcuni analisti sollevano lo spettro di una recessione in agguato forse nel 2020. Il mercato future per adesso continua a non scommettere su nuove strette quest’anno, semmai su possibili tagli del costo del denaro.

I settori più dinamici
Più in dettaglio, in gennaio a creare occupazione sono stati settori che vanno dall’ospitalità, con 74mila nuove buste paga, alle costruzioni, oltre 50mila, e alla sanità, 42mila. In positivo anche settori quali il manifatturiero, che di recente aveva dato segni di affanno, e il comparto minerario. La creazione di impieghi per cento mesi consecutivi è più che doppia rispetto alla precedente serie record, 48 mesi terminati a giugno del 1990; anche se la creazione media di buste paga è inferiore alla media storica delle riprese, poco superiore a 200mila, seconda per modestia a quella registrata prima della crisi del 2007.

Il dato di gennaio sull’occupazione è stato reso possibile dal fatto che il recente parziale shutdown record del governo non ha riguardato il Dipartimento del Lavoro. Al contrario ha costretto al rinvio altre influenti statistiche, quali quelle sul Pil che sono elaborate dal Dipartimento del Commercio, rimasto paralizzato.

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