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Usa-Iran, ecco perché oro e petrolio potrebbero tornare a correre

di Sissi Bellomo

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(© Facto Foto)


4' di lettura

L’oro resta vicino ai massimi da 7 anni, ma in generale la tensione sui mercati finanziari si è attenuata dopo lo shock geopolitico dei giorni scorsi. Persino il petrolio ha smesso di correre: il Brent, che si era impennato fino a superare 70 dollari al barile il giorno dell’Epifania, è tornato a scambiare poco sopra 68 dollari. Le borse hanno recuperato fiducia, chiudendo poco mosse ma non lontane dal cancellare del tutto le perdite accumulate in reazione all’escalation in Medio Oriente.

Il rischio è tutt’altro che scomparso dall’orizzonte. Ma l’Iran finora non è andato oltre le minacce, evitando ritorsioni immediate all’uccisione del generale Qassem Soleimani da parte degli Stati Uniti. E per quanto riguarda il petrolio – al centro dell’allarme per l’alta probabilità di attentati o ulteriori sanzioni Usa – le forniture non sono calate. Tanto è bastato, evidentemente, per distendere i nervi agli investitori, che ormai da tempo sembrano diventati ben poco sensibili alle preoccupazioni di ordine geopolitico (e non solo).

L’esempio più evidente l’hanno fornito gli attacchi dello scorso settembre in Arabia Saudita: i danni agli impianti di Abqaiq e Khurais avevano messo fuori uso 5,7 milioni di barili al giorno di produzione petrolifera, quasi il 6% dell’offerta globale, mettendo in luce un’inattesa vulnerabilità delle infrastrutture di Riad, ma il balzo delle quotazioni del greggio si era esaurito nel giro di appena dieci giorni.

Oggi il petrolio scorre senza intoppi. Ed è ancora più facile cullarsi nell’illusione che ogni eventuale carenza riuscirà ad essere compensata: dagli Usa dello shale oil – che nell’ultima settimana del 2019 hanno battuto ogni record esportando ben 4,46 mbg di greggio – e magari anche dall’Opec Plus, che potrebbe revocare i tagli di produzione extra decisi a dicembre e appena entrati in vigore.

La realtà rischia di essere più difficile, non solo in caso di conflitto aperto tra Usa e Iran (uno sviluppo considerato improbabile da molti analisti), ma anche se la situazione dovesse precipitare in Iraq. Washington ha minacciato sanzioni contro Baghdad se avesse deciso di espellere le forze militari Usa, cosa che il parlamento iracheno ha fatto.

Il Paese – secondo produttore dell’Opec, con 4,7 mbg – rischia inoltre una recrudescenza di attentati e scontri armati. Alcune società americane, tra cui la major petrolifera Chevron, hanno già cominciato a rimpatriare i dipendenti per motivi di sicurezza. Altre potrebbero presto seguirne l’esempio, col risultato di frenare la produzione di greggio.

Anche in Libia nel frattempo la situazione è sempre più tesa. Le truppe del generale Khalifa Haftar, ora appoggiate da reparti militari turchi, hanno conquistato Sirte, estendendo il controllo in un’area ricca di impianti petroliferi strategici.

Il mercato, già privato di gran parte del greggio che un tempo arrivava da Iran e Venezuela, non riuscirebbe a sopportare la perdita di altre forniture per periodi prolungati. È proprio questa paura che ha fatto balzare il prezzo del barile del 7% nelle due sedute successive all’uccisione di Soleimani.

Ad agevolare il rally hanno contribuito i volumi di scambio ridotti (molti operatori sono rientrati al lavoro solo dopo l’Epifania), ma la tendenza rialzista potrebbe riprendere dopo la tregua di ieri, che per qualcuno è stata semplicemente occasione di realizzi.

A frenare la corsa del petrolio probabilmente sono intervenute anche le operazioni di hedging – realizzate da compagnie Usa e, secondo Bloomberg, da operatori attivi nel Mare del Nord – una volta che il Brent ha raggiunto 70 $ e il Wti ha sfiorato 65 $.

Del resto l’umore degli speculatori era già rialzista prima dell’ultima escalation in Medio Oriente, sia nei confronti del petrolio che nei confronti dell’oro, per quanto possa sembrare una contraddizione visto che il primo è un asset rischioso, mentre il secondo è difensivo.

Nell’ultimo mese, dopo il vertice Opec Plus del 5-6 dicembre e con la distensione Usa-Cina nella guerra dei dazi, gli hedge funds hanno aumentato di oltre il 40% l’esposizione netta lunga (all’acquisto) su Brent e Wti, spingendola ai massimi da aprile scorso: 694mila lotti complessivi, pari a 694 milioni di barili.

Quanto all’oro, dal 10 dicembre c’è stato un aumento del 27% delle posizioni nette lunghe. Il metallo è sostenuto non solo dalle tensioni geopolitiche, ma anche dalle politiche monetarie espansioniste (che la Federal Reserve promette di proseguire a lungo) e dalla forte domanda delle banche centrali nei Paesi emergenti, anche in un’ottica di dedollarizzazione.

Le quotazioni del lingotto sono aumentate di quasi il 19% nel corso del 2019, una performance che non si verificava dal 2010, chiudendo l’anno a 1.517 dollari l’oncia a Londra. Il record raggiunto lunedì (1.588,65 $, massimo da aprile 2013) in fin dei conti era a portata di mano.

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