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Usa-Iran, sui mercati il panico in poche ore cede il passo all’euforia

L’oro è volato sopra 1.610 dollari l’oncia dopo l’attacco iraniano alle basi americane in Iraq, mentre il petrolio Brent ha sfiorato 76 dollari al barile

di Sissi Bellomo


Scontro Usa-Iran, sui Mercati “semaforo giallo”

3' di lettura

Gli investitori occidentali quasi non se ne sono accorti. In Europa e negli Stati Uniti il sole doveva ancora sorgere quando i mercati sono precipitati nel panico: l’attacco iraniano contro le basi americane in Iraq ha fatto volare l’oro sopra 1.600 dollari l’oncia per la prima volta dal 2013, fino a superare quota 1.610 dollari, il petrolio Brent con un balzo di oltre il 5% ha sfiorato 72 dollari al barile.

Ma nel giro di poche ore tutto è tornato tranquillo e addirittura la situazione sui mercati si è capovolta sul finire della giornata, quando il discorso di Donald Trump ha spazzato via ogni residuo timore di escalation: gli Stati Uniti non hanno sofferto vittime, Teheran «sembra allentare la tensione» e il presidente Usa addirittura esorta a «raggiungere un accordo che permetta all’Iran di crescere e prosperare»

A quel puntole quotazioni di oro e petrolio, che già avevano girato in negativo, sono andate addirittura a picco. Il lingotto, bene rifugio per eccellenza, è tornato a scambiare a 1.560 dollari l’oncia, in ribasso di oltre l’1% rispetto a martedì. Il petrolio ha cancellato anche i rialzi dei giorni scorsi, riportandosi sui livelli di inizio anno, prima dell’uccisione del generale Qassem Soleimani.

Il Brent, che si era spinto fino a 71,75 dollari, ha chiuso intorno a 65 dollari. Il Wti – complice anche un inatteso aumento delle scorte di greggio negli Usa (+1,2 milioni di barili la settimana scorsa) – ha ripiegato sotto 60 dollari, in ribasso di oltre il 4%. Quando soltanto gli operatori asiatici erano al lavoro, il benchmark americano aveva raggiunto un picco di 65,65 dollari.

La fuga dal rischio si è esaurita in fretta, consentendo anche alle borse di riprendere vigore: i listini europei hanno tutti chiuso in positivo (+0,46% per il Ftse Mib) e a Wall Street gli indici S&P 500 e Nasdaq hanno addirittura aggiornato i record storici.

Insieme all’oro, anche gli altri beni rifugio hanno vissuto una giornata a due facce.Il rendimento dei Treasuries Usa a 10 anni è risalito all’1,86% dopo essere crollato poche ore prima ai minimi da un mese (1,705%). Hanno ripiegato anche il franco svizzero, che si era spinto al record dal 2017 sull’euro (sopra 1,08) e lo yen, che era volato ai massimi da tre mesi sul dollaro.

Gli investitori – che da tempo, a costo dell’irrazionalità, sembrano decisi a voltare le spalle a ogni segnale di allarme – avevano già trovato motivi di rassicurazione nelle prime ore dopo il bombardamento delle basi in Iraq.

Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, aveva assicurato via Twitter che Teheran «non cerca un’escalation o una guerra» e che l’operazione era da considerarsi come una «proporzionata misura di autodifesa». Trump pochi minuti dopo aveva a sua volta twittato «Va tutto bene!», annunciando un discorso alla nazione e non ulteriori rappresaglie.

Sul fronte del petrolio il rischio non è assente come il mercato vorrebbe credere: le petroliere saudite e quelle della compagnia brasiliana Petrobras ieri hanno sospeso la navigazione nel Golfo Persico, altri armatori stanno adottando misure di sicurezza eccezionali nel timore di “incidenti”. Ma per ora i giacimenti, anche in Iraq, continuano a produrre. E nel frattempo sono arrivate rassicurazioni anche dall’Opec.

Il segretario generale Mohammed Barkindo ha ricordato che il mercato può contare su unacapacità produttiva di riserva di 3-3,5 milioni di barili al giorno, un livello storicamente elevato, e professato «fiducia che i nostri leader stiano facendo tutto il possibile per recuperare la normalità ed evitare che si entri in una spirale fuori controllo».

Suhail Al Mazrouei, ministro del Petrolio degli Emirati arabi uniti, tra i membri più influenti nell’Opec, ha sottolineato che «il mercato è ben rifornito» e affermato di non prevedere carenze di offerta «a meno di una catastrofica escalation, che però non vediamo».

In caso di emergenze l’Opec comunque reagirebbe «come ha sempre fatto», ha aggiunto Al Mazrouei. «Il mondo non potrebbe sostenere un’altra corsa del petrolio verso 100 dollari al barile».

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