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Usa-Iran: storia breve dallo Scià di Persia alla morte di Soleimani

I rapporti Usa-Iran negli ultimi 40 anni, la minaccia nucleare, il ruolo del generale ucciso dal raid Usa, la paura della terza guerra mondiale

di Angela Manganaro

Iran-Usa, come siamo arrivati allo scontro frontale

I rapporti Usa-Iran negli ultimi 40 anni, la minaccia nucleare, il ruolo del generale ucciso dal raid Usa, la paura della terza guerra mondiale


7' di lettura

Il generale iraniano Qassem Soleimani è stato ucciso con un drone americano su ordine del presidente Donald Trump il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad, in Iraq. Il potente Soleimani, l’uomo che discuteva con il presidente russo Vladimir Putin il futuro della Siria, è stato ucciso con un’azione tanto spettacolare quanto inattesa perché Trump nel corso del suo primo mandato che si conclude a novembre 2020, mese in cui corre per la rielezione, ha sempre professato disinteresse per il Medio Oriente e indicato il suo obiettivo: il ritiro dalla regione e il disimpegno militare americano nei vari scenari di guerra dalla Libia all’Iraq, a costo di lasciare spazio alla Russia e alla Turchia, in Siria ma non solo lì.

1) Usa, Iran e Trump
In questi tre anni da presidente, Trump ha manifestato più volte le sue idee sul Medio Oriente. Fosse stato per lui, forse, si sarebbe concentrato solo sulla guerra commerciale con la Cina. Ma è anche vero che in campagna elettorale ha sempre deprecato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l ’a ccordo sul nucleare iraniano firmato nel luglio 2015 dal “P5+1” , ovvero dagli Stati Uniti del presidente Barack Obama, motore di quell’intesa, dagli altri quattro Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (Cina, Francia, Regno Unito, Russia) più la Germania e naturalmente la controparte, l’Iran.

Da presidente, nei primi tempi alla Casa Bianca, si è sentito The Donald sbuffare: «Iran, Iran, Iran: da ogni parte mi giro sento sempre la stessa cosa, Iran». Così con un certo disappunto e crescente insofferenza appena può, il presidente si muove: il 31 marzo 2018 sostituisce il problematico segretario di Stato Rex Tillerson con Mike Pompeo, un ex direttore della Cia nonché falco contro l’accordo firmato da Obama; quindi l’8 maggio 2018 annuncia che gli Stati Uniti si ritirano unilateralmente dal JCPOA e impone di nuovo sanzioni all’Iran.

2) Breve storia del nucleare in Iran
L’accordo sul nucleare iraniano del 2015 arrivava dopo 13 anni di denunce, dichiarazioni, minacce, negoziati, da quando cioè nel 2002, dopo la denuncia di un gruppo di dissidenti iraniani esuli a Parigi, lo stesso regime riconosce l’esistenza di un programma nucleare che in realtà l’Iran non ha mai abbandonato dagli anni 50 del Novecento, anni in cui il Paese governato dallo Scià (o Shah) Reza Pahlavi riceve assistenza tecnica dagli americani. Sono proprio gli americani a fornire il primo supporto all’Iran nell’ambito dell’U.S. Atoms for Peace program. Aiuto a un programma nucleare a uso civile che finisce nel 1979, anno della rivoluzione islamica e dell’ascesa al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Dal 2002, a causa dello sviluppo del nucleare iraniano, l’Iran subisce sanzioni che ne soffocano l’economia. Soprattutto, non può più esportare la sua risorsa più preziosa, il petrolio. L’inflazione arriva alle stelle, gli iraniani si impoveriscono, il regime si irrigidisce, si infrange contro l’oppressione l’Onda Verde del 2009, il movimento di giovani che chiede più libertà un anno prima dell’inizio delle Primavere arabe.

La svolta del 2015 con l’accordo voluto da Obama dura appena tre anni: Trump smonta tutto e un Paese come l’Italia che vede nell’Iran un importante partner commerciale ne fa le spese.

3) Dalla crisi degli ostaggi a Soleimani
I rapporti Usa-Iran sono tesi dal 1979, anno della rivoluzione iraniana guidata da Khomeini. La prima spettacolare crisi fra i due Paesi risale proprio al novembre del 1979 con il sequestro di 52 dipendenti dell'ambasciata americana che furono liberati solo 14 mesi dopo. Quel sequestro servì al neonato regime per legittimarsi davanti al mondo, per chiedere e ottenere il principio di non ingerenza ma fu anche una eclatante manifestazione di antiamericanismo, sentimento latente negli anni dello Scià al potere (un pupazzo in mano agli americani, secondo gli studenti seguaci di Khomeini), esplosivo e violento con il regime appena instaurato. L’episodio è in parte raccontato da Argo, pluripremiato film del 2012, e condizionò pesantemente la presidenza Carter e i rapporti fra i due Paesi.

Negli anni 80 del Novecento, gli Stati Uniti non furono certo spettatori neutrali nella lunga guerra Iran-Iraq che provocò non meno di un milione di morti (l’esercito di Saddam Hussein ricevette aiuto dagli americani). Negli anni 90 e nei primi del 2000 è invece l’Iran a non essere spettatore disinteressato davanti alle guerre americane nel Golfo contro l’odiato Saddam Hussein, infine impiccato in piazza a Baghdad nel 2003.

In tutto questo tempo il nucleare iraniano è stato certo la grande preoccupazione americana ma non l’unica. L’Iran si afferma come potenza sciita opposta all’Arabia Saudita, potenza sunnita fedele alleata degli americani.

Progressivamente sparisce dai discorsi intorno all’Islam il concetto di Umma, la comunità di credenti che prescinde dalla grande divisione tra sciiti e sunniti. Più prosaicamente, gli alleati degli ayatollah iraniani sono i russi, il dittatore siriano Bashar al Assad, il partito Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi.

Il nemico lontano è l’America forse oggi un po’ meno Satana - anche la propaganda deve tenere il passo coi tempi - perché i giovani iraniani stanno su Internet, continuano ad avere un grande cinema, e berrebbero pure la Coca Cola oltre alla Zam Zam Cola. Il nemico vicino è ovviamente Israele, ultimamente penalizzato da una crisi politica interna che ne ha offuscato profilo e obiettivi.
Il potere del generale Soleimani nasce e si rafforza in questo contesto ed è durato più di venti anni.

4) Soleimani, generale o politico?
Le forze di sicurezza in Iran sono una galassia complessa. Come in tutti i regimi e ancora di più nel millenario Iran, l’esercito cosiddetto regolare è affiancato da servizi segreti, polizie segrete, squadre speciali, miliziani con licenze amplissime. I più famosi, o sarebbe meglio dire famigerati, sono i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, e i Basij, paramilitari che in teoria ricevono ordini dai Pasdaran. L’intero apparato risale ai tempi della rivoluzione khomeinista del 1979. Qassem Soleimani, ucciso dal raid ordinato da Trump, era il capo della Quds Force, una divisione dei Pasdaran specializzata in operazioni all’estero con l’obiettivo di promuovere la rivoluzione iraniana nei Paesi vicini, concordano gli analisti. Le Forze Quds avevano stretto rapporti con gruppi in Afghanistan, Iraq, Libano, Siria, nei Territori Palestinesi, e in Iraq.

Soleimani si muoveva dunque in una vasta regione con potere politico e militare sempre crescente. È stato un militare di lungo corso, ha combattuto la lunga guerra Iran-Iraq, ma è nel 1998 quando prende il comando della Quds Force che inizia la sua vera ascesa. Il suo obiettivo è rimodellare un Medio Oriente con l’Iran leader ed è lunga la scia di blitz contro militari americani, omicidi mirati, operazioni di destabilizzazione da Damasco a Beirut, ma è anche lunga la carriera di stratega politico all’ombra degli ayatollah col turbante in tv. È Soleimani che parla per conto di Khamenei con il dittatore siriano Bashar al Assad e il presidente russo Vladimir Putin perché la guerra in Siria che ha inizio nel 2011, con l’indecisione di Obama prima e il disinteresse di Trump poi, è stato il grande ultimo teatro di prova del potere del generale iraniano.

Soleimani era una vecchia conoscenza degli americani, anni fa è stato colpito da sanzioni per aver sostenuto Assad ed essere stato riconosciuto colpevole di atti di terrorismo - e certo agli occhi degli americani, il generale non si poteva redimere con la lotta contro l’Isis, lotta inevitabile perché Abu Bakr al-Baghdadi, anche lui ucciso da Trump, avrebbe voluto imporre un Califfato sunnita.

È Soleimani il regista dell’attacco all'ambasciata americana a Baghdad il 31 dicembre, sostengono gli americani: questo e altri indizi, oltre forse un tornaconto elettorale in vista della rielezione, i motivi che hanno spinto Trump ad attaccare ed eliminare uno degli uomini più potenti e temuti del Medio Oriente.

Se gli americani si muovono sempre quando avvertono un pericolo per i loro connazionali e militari all’estero, è anche vero che c’è uno specifico, grave, precedente che ha certamente pesato sulla decisione di Trump: è l’omicidio del diplomatico Christopher Stevens e di altri tre americani durante l’attacco al consolato di Bengasi in Libia l’11 settembre del 2012. Muhammar Gheddafi era stato giustiziato un anno prima, ottobre 2011, la Libia era nel caos che nel frattempo è solo aumentato, l’attacco fu rivendicato dalla brigata islamista Ansar al-Sharia e naturalmente il giorno non fu scelto a caso: l’anniversario dell’attacco di al Qaeda alle Torri Gemelle a New York. Il sacrificio dell’ambasciatore Stevens si consumò con Obama presidente e soprattutto Hillary Clinton segretario di Stato. Durante la campagna elettorale 2016 per la presidenza, Trump accusò l’avversaria signora Clinton di ogni nefandezza, in particolare di essere responsabile dell’omicidio di Stevens a Bengasi perché lei, allora capo della diplomazia statunitense, sottovalutò i rischi e ignorò gli allarmi.

5) Terza guerra mondiale?
Dal 3 gennaio a oggi, 9 gennaio, una delle ricerche più ricorrenti su Google Trends è «Terza guerra mondiale». Dopo il colpo americano a Soleimani, molti media l’hanno invocata ma non ci sono le premesse né la volontà. Non vuole una guerra Trump che se interviene in Medio Oriente lo fa con azioni eclatanti quanto isolate che non lasciano scorgere una strategia o un piano a breve-medio tantomeno a lungo termine. Non la vuole l’Iran che nonostante i proclami, non se la può permettere. A ben vedere non la vogliono neanche il russo Putin o il turco Erdogan che si stanno spartendo indisturbati le spoglie della Libia.

Forse più politiche dei raid con cui l’Iran ha colpito le basi americane in Iraq l’8 gennaio come risposta all’uccisione di Soleimani, sono state le lacrime di Khamenei al funerale del generale ora «martire», uomo a lui vicinissimo. Quello iraniano è un regime opaco per definizione, le lacrime della Guida Suprema sembrano chiedere a un Paese di compattarsi contro un nemico che si può colpire con azioni asimmetriche ma che rimane militarmente imbattibile.

Lo sviluppo interessante di questa crisi lunga finora sei giorni è che Trump ha cambiato idea. Finora, in tre anni di mandato, ha rifiutato la diplomazia con l’Iran e l’ha incoraggiata con la Nord Corea. Due minacce nucleari, scelte opposte (nella disponibilità verso il nordcoreano Kim Jong Un ha certo pesato l’ingombrante interesse della Cina). Adesso, dice, è pronto a discutere pure con gli ayatollah.


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