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Usa in trattative con Rusal, ma l’alluminio resta in tensione

di Sissi Bellomo


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(Afp)

2' di lettura

Rusal non può ancora dirsi al riparo dalle sanzioni americane, ma il settore dell’alluminio comincia a sperare. Washington ha accolto con favore le aperture di Oleg Deripaska, che venerdì scorso aveva proposto di rinunciare al controllo della società, e ha risposto concedendo più tempo per riorganizzare l’azionariato della galassia di imprese che fa capo all’oligarca russo.

Il dipartimento del Tesoro ha spostato dal 7 maggio al 6 giugno la scadenza dell’ultimatum che impone agli investitori di tagliare i legami con le entità inserite nella black-list: una proroga breve, ma sufficiente a scongiurare quanto meno il pericolo più imminente, quello dell’espulsione della holding En+ dal listino britannico, che la London Stock Exchange aveva minacciato per questa settimana, uno sviluppo che rischiava di provocare ulteriori scossoni a un mercato che nell’ultimo mese è impazzito.

L’annuncio delle sanzioni Usa in un paio di settimane ha fatto salire di un terzo le quotazioni dell’alluminio, spingendole il 19 aprile al record da sette anni, oltre 2.700 $/tonnellata toccato nel durante. La progressiva attenuazione delle misure americane ha riportato un po’ di calma, ma senza cancellare del tutto i rincari: al London Metal Exchange il metallo ieri ha chiuso a 2.322 $ (tre mesi), in rialzo del 2,7%.

L’allumina – ingrediente dell’alluminio, rincarato addirittura dell’80% – continua del resto a scambiare a più di 650 $/tonn, vicino ai massimi storici. Sul mercato, in deficit di offerta, non arriva per ora nessun sollievo concreto: in Brasile proprio ieri è stato rigettato il ricorso di Norsk Hydro contro l’ingiunzione di un tribunale che da febbraio costringe a dimezzare la produzione di Alunorte, la maggior raffineria del mondo.

Quanto a Rusal, la trattativa con gli Usa potrebbe protrarsi a lungo. E non è detto che si concluda con una revoca delle sanzioni, anche se i toni distensivi del segretario al Tesoro Steven Mnuchin invitano alla fiducia: «Il nostro obiettivo non era quello di far chiudere i battenti a Rusal», ha ribadito l’esponente del Governo in un’intervista a Bloomberg Tv.

Mnuchin ha inoltre definito incoraggiante» il dialogo avviato con Deripaska e confermato che il cammino intrapreso è quello giusto: «Il primo aspetto è che venda in modo da scendere sotto il 50%».

Il magnate russo, che si avvale della mediazione di Greg Barker, ex ministro britannico tuttora presidente di En+, ha in effetti proposto «in linea di principio» di ridurre a meno del 50% la sua quota nella holding che controlla Rusal, di dimettersi dal board e nominare consiglieri indipendenti. Ma l’intreccio di interessi nel gruppo complica l’operazione e rischia di renderla troppo opaca per soddisfare la Casa Bianca.

Deripaska possiede oltre il 65% di En+ attraverso altre tre holding (B-Finance, Basic Element e Eastern Carriers Trading). Un ulteriore 7,5% è in mano a sua moglie Polina e al suocero Valentin Yumashev.

En+ a sua volta ha solo il 48% di Rusal, ma la controlla de facto, grazie a un patto di sindacato con la svizzera Glencore e con Sual Parteners, che fa capo a un altro oligarca sotto sanzioni Usa, Viktor Vekselberg, patron di Renova. Secondo indiscrezioni di stampa, Deripaska starebbe trattando anche per revocare questi accordi, ma per rassicurare gli Usa dovrà trovare una soluzione molto convincente.

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