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Usa, Trump in stato di accusa: la Camera dice sì all’impeachment

È solo il terzo Presidente nella storia Usa a essere incriminato dal Congresso. Il voto dei deputati ha rispettato le divisioni di partito, con sole due defezioni tra i democratici e i repubblicani compatti in difesa della Casa Bianca. L’opinione pubblica è a sua volta spaccata a metà su una rimozione di Trump. La parola passa ora al Senato per il processo a gennaio

di Marco Valsania


Usa, Trump: i pro-impeachment nelle piazze

5' di lettura

New York - Per Donald Trump è impeachment. Il Presidente è stato incriminato dalla Camera americana, che ha approvato due accuse al termine di una maratona di otto ore di duro dibattito: abuso di potere, per aver ricattato l’Ucraina chiedendo favori politici personali in cambio di aiuti militari. E ostruzione del Congresso, per aver rifiutato di consegnare ogni documento e di permettere ogni testimonianza richiesta dai parlamentari nelle loro indagini. Il voto, raro e storico, ha rispecchiato le divisioni di partito: il primo articolo di impeachment, abuso di potere, è passato con 230 voti a favore, tutti i democratici con sole tre defezioni, due voti contrari e un astenuto. Ha votato a favore anche un indipendente. I deputati repubblicani, 197, hanno votato compatti per bocciare l’accusa. Il secondo articolo, ostruzione alle attività di indagine del Congresso, ha ricevuto 229 voti a favore tutti democratici e 198 contrari.

I l Processo al Senato
La parola passerà al Senato, dove verrà tenuto il processo vero e proprio a gennaio. E dove è prevista un’assoluzione di Trump, data la maggioranza repubblicana in quella sede e la necessità del consenso di due terzi dei senatori per una rimozione del presidente. Nessun presidente è mai stato rimosso per impeachment nella storia americana. Trump è però solo il terzo Commander in Chief a finire sotto accusa formale dopo Andrew Jackson nell’Ottocento e Bill Clinton negli anni Novanta del secolo scorso. Richard Nixon si dimise nel 1974 prima ancora che la Camera votasse contro di lui per il Watergate.

Battaglia Camera-Senato
Che lo scontro sia ancora del tutto aperto lo ha confermato la conferenza stampa successiva all’impeachment. I leader democratici, guidati dalla Speaker Pelosi, hanno indicato di non voler cedere il controllo del procedimento al Senato: le accuse non decadono e un processo può essere intentato in ogni momento. Pelosi vuole aspettare che il Senato stabilisca e garantisca regole equilibrate per un autentico procedimento prima di inviare in quella sede gli articoli di accusa. «Finora non abbiamo visto nulla che assomigli a un processo giusto», ha detto. Il leader del Senato Mitch McConnell ha infatti rivendicato apertamente di voler coordinare l’andamento del processo con la Casa Bianca, ha detto di non ritenersi «imparziale» e ha definito il caso portato dalla Camera come «debole».

Il timore dei democratici è che i vogliano chiudere il caso in fretta, con un «processo farsa». McConnell ha già fatto sapere ad esempio di non voler chiamare ulteriori testimoni durante il processo, a cominciare da attuali ed ex esponenti di spicco dell’amministrazione a conoscenza di fatti controversi, quali il capo di staff Mick Mulvaney e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Uno scontro tra leadership della Camera e del Senato potrebbe aprire una inedita crisi istituzionale e costituzionale.

Trump reagisce
La Casa Bianca ha reagito con durezza all’impeachment. In un comunicato ha apostrofato l’azione della Camera come «vergognosa» e «illegittima». Trump, durante un rally elettorale a Battle Creek in Michigan, ha ribadito di non aver fatto «niente di male». Ha poi affermato di «non sentirsi sotto accusa, il Paese va meglio di sempre». Ha poi accusato i democratici di aver condotto una caccia dalle streghe e di aver dimostrato con l’impeachment di «odiare gli elettori americani». Nei giorni scorsi aveva già inviato una violenta lettera di sei pagine allo Speaker democratico della Camera Nancy Pelosi, che accusa l’opposizione di una «crociata di partito», di essere lei a voler «sovvertire le elezioni e la democrazia». E si è detto convinto che i senatori «faranno la cosa giusta», suggerendo una propria assoluzione.

Polemiche a valanga
Il voto alla Camera sull’impeachment è arrivato al termine di un dibattito acrimonioso, che ha mostrato la spaccatura tra i partiti e anche nel Paese. Si sono ripetute prese di posizioni contrapposte. «Nel corso di tre mesi abbiamo trovato prove incontrovertibili che Trump ha abusato del suo potere facendo pressioni sul Presidente dell’Ucraina perché indagasse su un avversario politico del Presidente Trump», ha affermato Adam Schiff, democratico alla guida della Commissione Intelligence della Camera, che ha capitanato l’inchiesta. «Il Presidente e i suoi collaboratori continuano a complottare, il pericolo sussiste, è reale, e la nostra democrazia è in pericolo», ha continuato.

Sul lato opposto della barricata il deputato Mark Meadows, leader della corrente più conservatrice repubblicana, ha affermato che «la storia registrerà che i democratici non hanno saputo lavorare con Trump e si sono consolati cercando di zittire la volontà del popolo americano». Barry Loudermilk si è spinto a paragonare il presidente a Gesù, dicendo in aula che «al figlio di Dio erano stati riconosciuti più diritti» da Ponzio Pilato di quelli garantiti dai democratici al Presidente.

I fatti
I contorni dei fatti al cuore dell’impeachment sono emersi durante settimane di audizioni alla Commissione Intelligence della Camera, con numerose testimonianze di ex funzionari e diplomatici dell’amministrazione: Trump ha chiesto al governo dell’Ucraina un favore, indagare sulla famiglia del rivale democratico Joe Biden, il cui figlio Hunter sedeva nel board d’una società energetica di Kiev. E anche su una screditata teoria che vedeva l’Ucraina sospettata di interferenze nelle elezioni Usa del 2016, a vantaggio dei democratici, e non la Russia a favore di Trump, come concluso dai servizi segreti americani. In cambio di quel favore, Trump avrebbe rilasciato aiuti militari da quasi 400 milioni che aveva bloccato e che sono necessari a Kiev nel conflitto con Mosca. Sul piatto c’era anche l’offerta di ricevere il presidente Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.

Gli aiuti furono versati, ma solo all’indomani dello scoppio dello scandalo. La Casa Bianca avrebbe poi tentato di nascondere prove e testimoni dello “scambio”. I democratici giudicano tutto ciò degno di impeachment; un vero e proprio ricatto che ha messo in dubbio la sicurezza nazionale degli Usa indebolendo un alleato, l’Ucraina, contro un avversario, la Russia, e minacciato di corrompere la democrazia e le elezioni americane, invitando un Paese estero a interferire. I repubblicani affermano che non ci sono prove sufficienti e che si tratta solo dell'ultimo capitolo dello sforzo dell'’opposizione di “annullare” le elezioni del 2016, vinte da Trump.

I sondaggi
Resta da vedere l’effetto politico che avranno l’impeachment e le continue polemiche. Per Trump è una macchia indelebile, storica. Ma il Presidente è sicuro di poter delegittimare quanto avvenuto e rafforzare così la sua popolarità, soprattutto tra la sua base. La polarizzazione di partito si riflette nei mass media e per ora anche nell’elettorato. Cbnc ha trovato il 45% degli americani contrario all’impeachment e il 44% favorevole. Politico il 50% a favore - anche d’una rimozione definitiva di Trump dalla Casa Bianca - e il 43% contro. Tra i democratici il 78% sostiene l’impeachment, ma tra i repubblicani l’83% lo boccia. Fra gli indipendenti, il 46% lo disapprova e il 41% lo approva. Alle urne del prossimo novembre manca ancora quasi un anno, un’eternità in politica

Per approfondire:
Impeachment: leggi, regole e iter che governano un processo al Presidente
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