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Usa, il tweet pro-Hong Kong del manager Nba fa infuriare la Cina

Uno dei manager Nba più vista, Daryl Morey degli Houston Rockets, ha firmato un messaggio di sostegno ai dimostranti dell’ex colonia britannica. Ma l’irritazione di Pechino ha costretto la lega cestistica a riparare in fretta, segnando un nuovo capitolo dei dissidi fra libertà di espressione e interessi commerciali

di Marco Valsania


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4' di lettura

È l'altra guerra di business e politica scoppiata tra Stati Uniti e Cina. Una guerra che vede in gioco da una parte i valori della libertà d'espressione e d'impresa ufficialmente celebrati dalle grandi aziende statunitensi; dall'altra i loro obiettivi d'essere protagonisti nel colossale mercato cinese del presente e del futuro senza irritare Pechino.

Lo scontro che è adesso esploso è insolito quanto rivelatore del dilemma. Ha visto in prima linea la lega sportiva americana con vocazione internazionale per eccellenza: la National Basketball Association della pallacanestro professionistica. Un messaggio personale di sostegno ai dimostranti pro-democrazia di Hong Kong a firma di uno dei suoi manager piu' in vista - Daryl Morey degli Houston Rockets - ha scatenato durissime ritorsioni cinesi. E successive corse ai ripari - e a profuse scuse - dei proprietari di squadre che nella potenza asiatico vedono anzitutto opportunità di crescita degli affari. Una ritirata che ha tuttavia prestato il fianco ad altre critiche in patria, di opportunismo e cinismo. La Cina, insomma, rimane un terreno delicato se non minato per il business americano oltre a una terra promessa.

Gli altri scivoloni, dal Marriot alla Gap
Il basket ne è solo l'ultimo esempio. Aziende da Marriott International a Tiffany, da Gap a Coach, per rimanere tra i marchi statunitensi, hanno fatto i conti con pesanti controversie legate a percepite offese ai danni della Cina. A volte hanno mostrato sensibilità malvista per l'indipendenza di Hong Kong, del Tibet o di Taiwan. Marriott ha presentato le proprie scuse per un sondaggio dove alcuni di queste realta' non apparivano chiaramente come parte della Cina. Gap ha dovuto ritirare una maglietta che sfoggiava una mappa della Cina senza Taiwan. Tiffany ha cancellato in una profusione di pentimenti un tweet «alla Morey», parso favorevole alle proteste di Hong Kong mostrando l'immagine di una dimostrante ferita.

Il tutto questa volta è cominciato quando il general manager dei Rockets, divenuta una delle più quotate e popolari squadre in Cina per aver avuto tra i suoi passati campioni la stella del basket Yao Ming, è sceso in campo sulle proteste. Morey, executive d'avanguardia per aver introdotto in grande stile l'uso di dati e metodi analitici nel costruire i team, ha twittato: “Lottiamo per la liberta'. Siamo con Hong Kong”. Immediata e sostenuta la reazione: societa' cinesi che sponsorizzavano i Rockets, le calzature Li Ning e la Shanghai Pudong Development Bank, hanno cancellato accordi e canali televisivi locali hanno annunciato boicottaggi delle partite della squadra, questo mentre alcuni team si trovano in tour in Asia e si apprestano a giocare partite in Cina, dove il seguito della pallacanestro Usa è vasto.

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La lega di basket cinese, la Chinese Basketball Association, guidata proprio da Yao Ming, ha da parte sua sospeso ogni rapporto con i Rockets. E un miliardario cinese, Joe Tsai proprietario della squadra americana dei Brooklyn Nets, ha impugnato carta e pena per accusare gli americani di intromettersi in affari domestici altrui. Ha denunciato i dimostranti di Hong Kong alla stregua di un «movimento separatista».

Gli effetti della rappreseglia cinese
La rappresaglia cinese ha fatto effetto: la lega professionistica Nba e il suo Commissario Adam Silver, pur difendendo il diritto di Morey alla libertà di espressione, hanno espresso il proprio «rincrescimento» per offese alla sensibilità di Pechino. Il proprietario dei Rockets, Tilman Fertitta, ha subito chiarito che Morey parlava a titolo personale nel difendere i diritti democratici a Hong Kong e, anzi, sono emerse voci che starebbe considerando anche un suo licenziamento. «Siamo qui per giocare - ha detto — Non per offendere». Il giocatore piu' famoso della squadra, James Harden, che a Pechino come altri atleti promuove marchi di scarpe da Nike a Adidas, ha offerto scuse pubbliche e detto «amiamo la Cina». Morey stesso, considerato un anticonformista, ha rapidamente cancellato il suo tweet «esplosivo».

L'affrettata ritirata ha tuttavia sollevato nuove polemiche. Politici di entrambi i partiti, democratici e repubblicani, hanno difeso Morey. Editoriali di grandi giornali hanno accusato di vigliaccheria o gretta miopia il business dello sport. Il New York Times ha ricordato non solo la crisi a Hong Kong ma anche la violenta repressione contro le minoranze musulmane in Cina. E ha concluso il suo editoriale definendo «complice» il silenzio della Corporate America su Pechino - il «prezzo morale che la Nba e altri business pagano per fare profitti in Cina».

Silver, il Commissario della Nba, ha ammesso che la situazione non è semplice. «L'impatto economico si fa sentire», ha affermato parlando dei giri di vite di Pechino. Ha aggiunto, quasi rassegnato a tensioni: «Ci sono valori che fanno parte della Lega dagli inizi e questi comprendono la liberta' d'espressione. Accetto anche che il governo e le aziende cinesi abbiano diritto a reagire. Credo ci vorra' tempo per sanare le ferite».

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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