Jim Mattis lascia a febbraio

Usa, via i soldati da Siria e Afghanistan. Si dimette ministro Difesa

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam

Siria, Trump vuole ritiro delle truppe Usa


4' di lettura

NEW YORK - «Caro presidente, ho avuto il privilegio di servire il mio Paese come 26esimo segretario alla Difesa, incarico che mi ha permesso, a fianco dei nostri uomini e donne del Dipartimento, di lavorare in difesa dei nostri cittadini e dei nostri ideali. (…) Poiché lei ha il diritto di avere un segretario alla Difesa le cui opinioni siano meglio allineate con le sue, credo sia giusto che io mi dimetta dal mio incarico. La data di fine del mio mandato è il 28 febbraio 2019, una data che dovrebbe consentire un tempo sufficiente per la nomina e la conferma di un successore (…)». Jim Mattis

Il generale dei marines che lascia
Con questa lettera il ministro della difesa americano, Jim Mattis, il generale a quattro stelle dei marines, soprannominato “Mad Dog” per la sua condotta in guerra, uomo delle istituzioni e della fedeltà al paese, ha annunciato l’intenzione di lasciare il suo incarico da fine febbraio. Donald Trump con due tweet ha confermato l'ennesimo avvicendamento forzato nella sua amministrazione che continua a perdere pezzi, questa volta un pezzo da novanta. Negli ultimi tempi Mad dog era diventato Moderate dog per Trump che lo definiva ormai “un quasi democratico”. Insomma le posizioni tra i due erano troppo distanti. Gli americani sono sotto shock per queste dimissioni che hanno destato molto stupore.

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Messico, bimbi migranti marchiati col numero al confine

La Camera approva i fondi per il muro
Sono ore difficili per il presidente anche per l'approvazione della legge di finanziamento del Governo federale, che provvisoriamente, fino a febbraio, alla prossima manovra, permetterà la continuità del funzionamento istituzionale. Il provvedimento deve essere approvato entro la mezzanotte di oggi, venerdì 21 dicembre, per evitare lo shutdown, la chiusura delle attività del governo americano a partire da lunedì mattina. Musei e scuole chiuse. Dipendenti pubblici a casa per l'impossibilità di garantire gli stipendi. Insomma, il caos.

La pressione del presidente
Trump, contrariamente a quanto annunciato due giorni fa sull'intenzione di lasciare perdere la richiesta ai deputati del finanziamento di 5 miliardi per realizzare il muro anti immigrati al confine con il Messico, richiesta a cui aveva condizionato la sua firma sul provvedimento, ieri ha cambiato di nuovo idea e ha detto che non firmerà la legge senza il finanziamento del muro, scatenando il panico nei mercati finanziari con un'ondata di vendite che ha travolto i tre indici della Borsa americana.

Corsa contro il tempo per evitare lo shutdown
La Camera, accogliendo le pressioni di Trump – che è ancora a maggioranza repubblicana: il nuovo parlamento uscito dalle elezioni midterm si insedierà a gennaio - a tarda sera ha votato la legge temporanea di bilancio con i 5 miliardi per il muro chiesti dal presidente. Ora il provvedimento deve tornare al Senato che lo dovrà votare in giornata: il Senato lo aveva approvato mercoledì, all'unanimità, senza i fondi per il muro chiesti dal presidente. E poi dovrà essere firmato da Trump entro la mezzanotte di venerdì. Una corsa contro il tempo. Con i democratici – e anche i repubblicani moderati – che criticano il presidente che, tra dimissioni più o meno forzate, e le pressioni per il muro, è accusato di avere già gettato il paese nel caos come dimostrano le turbolenze sui mercati.

Trump perde un pezzo da novanta
Il passo indietro di Mattis era già scritto, se ne parlava da due giorni a Washington. Da quando Trump su Twitter senza avvisare il suo ministro della difesa aveva scritto dell'intenzione di ritirare a fine mese le truppe americane, i duemila soldati che sono nella parte ovest del paese a sostegno dei curdi contro l'Isis e le truppe siriane. “L'Isis non è sconfitto”, aveva affermato il portavoce del Dipartimento della Difesa subito dopo i tweet presidenziali. Lasciando intravedere i malumori e i mal di pancia causati dall'annuncio del commander in chief. Trump perde per strada un altro pezzo da novanta della sua amministrazione “Gli Stati Uniti non vogliono essere il poliziotto del Medio Oriente. Ora tocca agli altri combattere”, scrive il presidente per difendere la sua scelta di far tornare i ragazzi a casa, fedele alla sua idea presente dalla campagna elettorale “di togliere i soldati americani dalle guerre straniere”, uno dei punti teorizzati dal suo spin doctor Steve Bannon (anch'esso dimissionato tempo fa, almeno formalmente). Jim Mattis lascia l'amministrazione. Nelle ultime settimane aveva mostrato idee in netta contrapposizione con il presidente: dal dispiegamento di forze armate al confine con il Messico al ritiro dalla Siria.

Il ritiro dalla Siria: vittoria di Putin
Attorno al ritiro dalla Siria l'attenzione è elevata a livello mondiale. Mentre dalla capitali alleate arrivano a Washington decine di telefonate per capire che cosa stia succedendo, solo Vladimir Putin – vero vincitore, avvantaggiato sul campo siriano dall'uscita di scena degli americani - plaude alla decisione: “Donald ha ragione, ha fatto bene”, sentenzia lo zar del Cremlino, che da sempre parla di presenza “illegale” degli Usa in Siria. E già pregusta i vantaggi di una Russia che avrà mani libere nella regione, così come l'Iran e come la Turchia, già pronta a una nuova offensiva sulle milizie curde da quattro anni armate ed addestrate dagli americani, ed ora di fatto abbandonate al loro destino. Sullo sfondo il pericolo che l'Isis, al momento marginalizzato in un'area al confine con l'Iraq, possa rialzare la testa. Al Pentagono molti parlano di “errore colossale”.

Via 7mila soldati Usa dall'Afghanistan
Trump non ascolta i consigli dei militari e rilancia con l'Afghanistan: ai suoi stretti collaboratori, quelli rimasti, verbalmente ha già comunicato l'intenzione di far rientrare al più presto circa 7000 soldati americani dall'Afghanistan, la metà dei 14 mila militari Usa dispiegati nel paese. In queste ultime caotiche ore alla Casa Bianca il presidente ha trovato anche il tempo di firmare il nuovo Farm Bill, la legge che concede i finanziamenti agli agricoltori americani: 867 miliardi di dollari di aiuti arriveranno ai farmer, zoccolo duro della sua base elettorale.

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