ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùFrutta

Uva senza semi, boom che manda in fuorigioco le altre tipologie

Nuovi processi: dall’insacchettamento dei grappoli dalla pianta ai semi masticabili. Ismea: crescono le quantità: 1,045 milioni di tonnellate (+3% sul 2021). 

di Manuela Soressi

(Adobe Stock)

2' di lettura

L’uva da tavola? Piace croccante e dolce, ma soprattutto senza semi. Lo pensano da sempre gli stranieri e ora anche gli italiani, che comprano sempre più le varietà apirene. «In cinque anni hanno superato il 33% delle vendite – afferma Claudio Mazzini, responsabile freschissimi di Coop Italia – e penso che la crescita continuerà, soprattutto tra i più giovani». Logico che molti produttori abbiano puntato sulle seedless, aumentando il numero di varietà e gli ettari dedicati.

«È un comparto importante, che sta assicurando buoni risultati anche nell’export, in particolare in Germania, Uk e Scandinavia» commenta Marcello Guidi, responsabile del mercato estero di Apofruit, che con i suoi 100mila quintali è il player nazionale di riferimento. Del resto l’Italia non è solo un grande produttore di uva da tavola, con 47mila ettari (+0,5% nel quinquennio) e 1,045 milioni di tonnellate (+3% sul 2021), come sottolinea l’ultimo report di Ismea.

Loading...

Il nostro Paese è anche il terzo esportatore mondiale, tanto che in volume è più l’uva italiana inviata all’estero che quella consumata nel nostro Paese. Con i suoi 729 milioni di euro di vendite, l’uva da tavola genera il 15% del valore dell’export agricolo nazionale totale (fonte Crea). Ma quest’anno la situazione è critica, rivela Ismea: tra gennaio e giugno, il calo dei consumi in molti Paesi europei e la maggiore pressione competitiva di Grecia e Spagna hanno fatto calare del 14% i quantitativi esportati e del 5% il fatturato rispetto al primo semestre 2021. Anche se si tratta di un periodo in cui si concentra solo il 20% degli acquisti domestici di uva, i segnali sono comunque preoccupanti.

Inoltre, paradossalmente, anche il boom delle uve senza semi può diventare un boomerang, visto che in Italia sono ancora minoritarie (40% delle coltivazioni, ma 3% in Sicilia- fonte Cut) e che le cultivar commerciali sono soprattutto straniere. Per recuperare il gap e offrire varietà seedless autoctone sono partiti diversi programmi di made in Italy, come Ivc (Italian variety club), costituito da una ventina da aziende, come il Consorzio Nu.Va.U.T e come il network Grape&Grape.

Obiettivi anche della Commissione Italiana Uva da Tavola (Cut), la “cabina di regia” che sta promuovendo un contratto di filiera multiregionale e costituendo il Distretto dell’Uva da Tavola in Puglia, per beneficiare dei fondi pubblici e comunitari e accelerare l’innovazione del comparto, realizzando anche un catasto varietale e mettendo in rete i centri di ricerca locali per condividere le innovazioni.
Come la tecnica dell’insacchettamento dei grappoli direttamente sulla pianta, per proteggerli dagli agenti esterni senza ricorrere ai trattamenti. «Otteniamo così una produzione ecosostenibile e a residuo zero», spiega Michele Laporta, presidente della Op Agritalia, che produce 4mila tonnellate annue commercializzate in mercati all’ingrosso e Gdo. Quest’organizzazione ha deciso anche di andare controcorrente, migliorando l’uva con semi. È nata così una varietà italiana caratterizzate da semi “masticabili”, ossia dal sapore gradevole e dalla consistenza morbida. Con un plus salutistico: l’apporto elevato di antiossidanti garantito dai semi.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti