Privacy

Va protetto l’anonimato di chi lascia commenti sul sito di un quotidiano

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che chi lascia un commento sulle pagine internet di un quotidiano abbia diritto alla protezione dei dati personali

di Marina Castellaneta

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2' di lettura

L’anonimato degli utenti che lasciano commenti sul sito web di un quotidiano deve essere protetto per tutelare la funzione della libertà di stampa che è cruciale per il dibattito su questioni di interesse pubblico. I giudici nazionali non possono chiedere a un giornale di rivelare i dati personali degli utenti registrati per i commenti pubblicati sul sito senza compiere un bilanciamento sui diritti in gioco, considerando che proprio l’anonimato sul web favorisce la libera circolazione di opinioni, idee e informazioni. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Standard contro Austria del 7 dicembre. La Corte ha chiarito, nell’interpretare il diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della Convenzione) che non esiste un diritto assoluto all’anonimato su internet, ma le autorità nazionali, prima di ordinare una misura sulla divulgazione dei dati degli utenti devono effettuare un bilanciamento tra i diritti e gli interessi in gioco secondo i parametri di Strasburgo.

Il caso

È stata una società editoriale a rivolgersi alla Corte: dopo la pubblicazione di un articolo sul sito del quotidiano su un politico regionale erano apparsi oltre 1.600 commenti. Due post sostenevano che il politico era vicino ai movimenti neonazisti. Il giornale aveva acconsentito a cancellare i commenti, ma si era rifiutato di fornire i dati. Il politico si era rivolto ai giudici nazionali e la Corte suprema aveva ordinato che i dati fossero rivelati poiché non si trattava di un’attività giornalistica.

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Garanzie sulla libertà di stampa estese anche agli “ospiti”

Di diverso avviso la Corte europea, che ha accolto il ricorso dell’editore. La Corte condivide la tesi secondo la quale gli utenti che pubblicano commenti non possono essere classificati «fonte giornalistica» tanto più che si rivolgono al pubblico e non al cronista. Detto questo, però, Strasburgo traccia una linea di demarcazione per differenziare tra coloro che commentano su un sito «normale» e tra chi pubblica sul sito di un giornale che agisce anche come host provider. Questa situazione spinge la Corte a estendere talune garanzie a tutela della libertà di stampa anche a coloro che discutono attraverso il portale di un quotidiano. La missione della libertà di stampa – osserva la Corte – è di diffondere opinioni su fatti di interesse per la collettività e, quindi, l’adozione di un provvedimento con il quale viene ordinato all’editore di rivelare i dati dell’utente ha un effetto deterrente sul dibattito pubblico e, in particolare, sulla libertà di esprimere opinioni politiche. Giusto, quindi, considerare la tutela del diritto alla reputazione, ma questo diritto va bilanciato con la libertà di stampa, con il diritto alla protezione dei dati personali degli autori di un commento e con la libertà di partecipare pubblicamente a un dibattito politico. Di qui la condanna allo Stato che ha ordinato all’editore la consegna dei dati personali degli utenti registrati.

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