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Va a rilento la riduzione delle aziende pubbliche

Lo slogan del Governo Renzi “da 8000 a 1000” non sembra essersi concretizzato. Ma il numero è diminuito del 6,7% fra il 2017 e il 2018, diminuzione che prosegue ormai anno dopo anno dal 2015. Dal 2012 la riduzione è stata del 17,9%

di Alfredo De Girolamo

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3' di lettura

Si riduce, lentamente, il numero delle aziende pubbliche in Italia. A 5 anni dall'entrata in vigore del “decreto Madia”, ISTAT fa il punto sullo stato degli enti partecipati o controllati da enti pubblici.

Lo slogan del Governo Renzi “da 8000 a 1000” non sembra essersi concretizzato. I soggetti a partecipazione pubblica sono ancora 8510. La buona notizia è che questo numero è diminuito del 6,7% fra il 2017 e il 2018, diminuzione che prosegue ormai anno dopo anno dal 2015. Dal 2012 la riduzione è stata del 17,9%.

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L'altra buona notizia è che le aziende sopravvissute generano più occupazione di prima (+4.4% nell'ultimo anno analizzato) per un totale di quasi un milione di posti di lavoro. Oltre 600 imprese risultano non attive, indice di un importante tasso di cessazioni e liquidazioni, come previsto dalla norma.

Di queste 8500 “unità economiche” poco più di 6000 sono aziende vere e proprie operanti in settori industriali e nei servizi, quasi tutte società per azioni o a responsabilità limitata. Anche questo “sottoinsieme” di partecipate a natura industriale riduce il proprio numero (meno 3,6%) e aumenta gli occupati (+4,7%).

Aumentano quindi (+10%) le altre forme di entità a partecipazione pubblica (enti, fondazioni, associazioni, no-profit), fenomeno probabilmente incentivato dalla mancata applicazione a queste ultime delle restrizioni del decreto Madia. Sono circa 2500 aziende di varia natura ed operanti in vari settori (cultura, sport, promozione territoriale, welfare, sanità, ambiente) che rappresentano una vera e propria giungla la cui natura andrebbe compresa meglio. Si tratta di soggetti piccoli, con pochi addetti - in tutto 37.000, circa 15 unità in media per ciascun ente – e bilanci limitati.

Diverso il caso delle aziende pubbliche a vocazione industriale, che occupano circa 900.000 addetti, con una dimensione media di 146 unità (valore che sale a 406 nelle società per azioni). Il settore industriale e dei servizi sembra quindi non solo ridursi, ma migliorare le proprie performance e raggiungere crescenti dimensioni di scala. Fa impressione un dato che ISTAT fornisce nel suo rapporto: il valore aggiunto generato da queste società è pari a 56 miliardi di euro, circa il 9% delle società che operano nel settore industriale e dei servizi in Italia.

Nel corso degli ultimi anni il peso economico delle società controllate è sceso dal 10,6% del 2014 all'8,9% del 2018 in ragione di un aumento del valore aggiunto realizzato dal complesso delle imprese industriali e dei servizi e di una stazionarietà di quello delle controllate pubbliche. Ma il valore aggiunto medio per addetto è molto più alto nelle aziende pubbliche (circa 100.000 euro) di quanto sia nel totale delle imprese industriali e di servizio (poco più di 48.000 euro), circa il doppio.

Si tratta di aziende sia di natura nazionale (il 53% delle partecipazioni è detenuto dal Mef), che di natura pubblica locale. Queste ultime, le ex “municipalizzate”, si stanno riducendo di numero, e sono nel 2018 4240, operanti nei settori dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, energia, trasporti, edilizia residenziale, farmacie, parcheggi, illuminazione pubblica), sia in altri settori. Anche qui sorprende il dato delle aziende locali operanti nelle “Attività professionali, scientifiche e tecniche” con 645 imprese (il gruppo più grande) e con 12.890 addetti (una media di 20). Altra porzione di mondo da esplorare e comprendere: si tratta di imprese piccole dimensionalmente o partecipate da uno o pochi comuni, che erogano servizi probabilmente reperibili sul mercato.

Il fenomeno delle società pubbliche appare più sviluppato nel Centro (1427 imprese) e nel Nord Italia (3386). Al Sud e nelle Isole operano 1272 imprese di dimensione media molto più piccole di quelle del Centro-Nord. Un dato su cui riflettere pensando alle strategie di crescita economica del nostro Mezzogiorno per i prossimi anni.

Insomma il percorso di “sfoltimento” del mondo delle imprese pubbliche in Italia sta procedendo e sembra ormai inarrestabile, anche se con un ritmo molto lento. Comunque prevedibile considerati i tempi “tecnici” per procedere a dismissioni, liquidazioni e fusioni. Un percorso che sembra produrre buoni risultati nel comparto delle imprese a carattere industriale (locali e nazionali) operanti nel campo dei servizi pubblici tradizionali.

Da comprendere meglio invece cosa accade nel mondo delle partecipate pubbliche costituite non in forma di società (fondazioni, enti, consorzi, istituzioni, associazioni) che sono paradossalmente aumentate, e nel mondo delle aziende locali operanti in settori professionali probabilmente caratterizzati da meccanismi di mercato. Andrebbero concentrati lì i futuri tagli, incentivando invece i processi di aggregazione e fusione delle utilities vere e proprie.

Alfredo De Girolamo (@degirolamoa)

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