Interventi

Vaccinare i Paesi poveri conviene a noi almeno quanto a loro

di Mario Baldassarri

(ANSA)

4' di lettura

La ripresa dopo il Covid sarà purtroppo molto differenziata nelle diverse aree del mondo soprattutto tra Paesi avanzati e quelli del terzo
e quarto mondo e anche all’interno dei singoli Paesi dove aumenteranno le diseguaglianze
tra ricchi e poveri.

Questo è l’effetto automatico delle diverse forze messe in campo sia per fronteggiare la pandemia, sia per fronteggiare la conseguente crisi economica e sociale.

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È ormai evidente che chi prima raggiungerà l’immunità di gregge, prima riprenderà a crescere. È altrettanto evidente quindi che tutto dipende dalla rapidità e dalla diffusione
delle vaccinazioni.

Ecco allora la prima “spaccatura”. Quel terzo del mondo avanzato attraverso i vaccini di massa uscirà (si spera)
dalla pandemia entro quest’anno. Gli altri due terzi del mondo però non sono in grado neanche di comprare i vaccini. È evidente che di fronte a una pandemia globale la salute di tutti
è un bene pubblico per tutti.

Se i Paesi avanzati fossero egoisti, ma anche intelligenti e lungimiranti capirebbero subito che occorre una rete mondiale di solidarietà che garantisca i vaccini ai Paesi del terzo e quarto mondo. Se ne usciamo noi e lasciamo il virus agli altri, l’infezione, magari con anche più pericolose mutazioni, prima
o poi ci tornerà indietro.

La seconda “spaccatura” deriva dalle diverse quantità economiche messe in campo.

Nei Paesi avanzati, la politica monetaria ha invaso di liquidità l’intero sistema e la politica di bilancio ha potuto aumentare
i deficit e i debiti pubblici per circa il 16% del loro Pil
che a sua volta rappresenta il 70% di quello mondiale con una popolazione del 40 per cento.

Nei Paesi del terzo e quarto mondo non c’è vera sovranità monetaria perché se aumentano la liquidità nella loro moneta partono immediatamente inflazione e svalutazione del cambio. Sul fronte del sostegno da bilancio pubblico hanno potuto fare ben poco e mediamente hanno potuto accrescere deficit e debito pubblico di circa il 2% del loro Pil, che rappresenta solo il 30%
di quello mondiale pur con una popolazione attorno
al 60 per cento.

La maggiore rapidità nell’uscita dalla pandemia e la maggiore forza della spinta monetaria e di bilancio pubblico determineranno quindi nei prossimi anni un forte allargamento delle disparità economiche e soprattutto sociali. Da qui l’aumento della spinta all’emigrazione dal sud al nord del mondo. Ed anche questo dovrebbe essere un tema da gestire
con un governo mondiale che a tutt’oggi non c’è.

L’Italia presiede quest’anno il G20 e sarebbe bene che ponesse questi temi in testa all’agenda del prossimo summit sulla Salute Mondiale del 21 maggio a Roma.

In Occidente inoltre Stati Uniti e Gran Bretagna probabilmente usciranno dalla pandemia prima dell’Europa continentale ma, soprattutto negli Usa la ripresa sarà più forte che in Europa anche perché le risorse messe in campo sono il doppio di quelle attivate dall’Unione europea. Certo la Banca centrale europea ha fatto la sua parte quasi quanto la Federal Reserve americana. Sul fronte del bilancio pubblico però, con gli ulteriori 1.900 miliardi dollari della manovra Biden, gli Stati Uniti hanno messo in campo più di 3mila miliardi di dollari. L’Unione europea con
il Recovery Fund ha messo in campo 750 miliardi di euro.
E se aggiungiamo il bilancio ordinario europeo 2021-2027
per 1.074 miliardi si ottiene un totale attorno a 1.800 miliardi
di euro in sei-sette anni.

Ma l’Europa è ancora intergovernativa e non federale. Pertanto il Next Generation Eu mette a disposizione 750 miliardi, ma i piani presentati dai singoli stati nazionali non usano pienamente le risorse disponibili e riducono l’impatto a circa 570 miliardi.

E questi sono dati oggettivi.

Qualcuno poi aggiunge critiche all’Europa sul modo
in cui ha proceduto ai contratti per i vaccini. Anche questa
critica ha il suo fondamento.

Sta di fatto però che, senza l’Unione europea, senza la Bce e senza la moneta unica il Vecchio continente sarebbe
già imploso da un anno.

Tutti coloro che in Italia in passato hanno tifato per l’uscita dall’euro e magari anche dalla Ue e anche coloro che sono scesi in piazza di recente con le bandiere Italexit, dovrebbero chiudere gli occhi e pensare come vivremmo oggi noi italiani se non fossimo stati in Europa, se non avessimo avuto alle spalle la Bce e se avessimo in mano le nostre vecchie lirette.

Oggi vivremmo un incubo con il 50% di reddito in meno e il 70% di risparmi e patrimonio in meno rispetto al 2019.

Qualcun altro ha lanciato la bizzarra idea di sospendere
i brevetti dei vaccini, pensando che in poche settimane tutto
il mondo avrebbe potuto produrre 13 miliardi di dosi per tutti
i sette miliardi di abitanti del pianeta terra e per almeno
cinque-sette anni.

Ma produrre vaccini non è come produrre caramelle per le quali basta un po’ di zucchero e qualche colorante. Per produrre vaccini occorre disporre della tecnologia, di una filiera complicata di componenti e di enormi investimenti. Certo bisogna convincere Big Pharma a concedere le licenze ed estendere la produzione in quantità e in velocità. Resta sempre però il problema di come farli arrivare a quei quattro miliardi di persone che non sono in grado né di produrli né di comprarli, brevetti o non brevetti. La salute è un bene pubblico globale,
ma proprio per questo occorre un welfare mondiale.

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