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Vaccini, dosi in eccesso per Europa e Usa. Poche per i Paesi poveri

Mentre ogni cittadino europeo o statunitense ha ampie possibilità di accedere a un vaccino nel corso del prossimo anno (addirittura le dosi disponibili potrebbero essere in eccesso), in molti altri Paesi la situazione è quella opposta

di Biagio Simonetta

Si accelera sull'ok al vaccino Pfizer, riunione dell'Ema il 21

4' di lettura

Solo un anno fa di questo virus non sapevamo niente. Forse già uccideva, ma non ne conoscevamo l’esistenza. Poi è arrivata la primavera, e siamo piombati in un lungo incubo. E oggi è proprio alla primavera (la prossima) che guardiamo con grande speranza. Perché dovrebbe coincidere con una massiccia campagna di vaccinazione.

I vaccini in fase avanzata sono già tanti. Uno, quello di Pfizer prodotto con BioNTech, è già stato approvato dalla FDA americana, e presto avrà il via libera dall'EMA per la somministrazione in Europa. Destino simile sembra già tracciato per quello di Moderna, che col primo condivide la tipologia (mRna). Altri ne arriveranno. Ma c'è l'ombra pesante di un divario fra Paesi ricchi e poveri che sta crescendo in maniera esponenziale, e che potrebbe impattare sulla salute globale ma anche sull'economia. Perché mentre ogni cittadino europeo o statunitense ha ampie possibilità di accedere a un vaccino nel corso del prossimo anno (addirittura le dosi disponibili potrebbero essere in eccesso), in molti altri Paesi la situazione è quella opposta: poche dosi, capaci di coprire appena il 20% della popolazione residente.

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Un gap destinato a entrare nella storia di questa pandemia, messo a fuoco da uno studio del New York Times che ha analizzato i dati forniti da tre fonti diverse: l'Unicef, la Duke University e la Airfinity, una società di analisi scientifica. Ciò che ne emerge è un quadro che lascia poco spazio ai dubbi: nel 2021, mentre molte nazioni povere potrebbero essere in grado di vaccinare al massimo un quinto della loro popolazione, alcuni dei Paesi più ricchi del mondo hanno prenotato dosi sufficienti per immunizzare le proprie più volte: il Canada potrebbe vaccinare i suoi cittadini ben 6 volte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna 4 volte, l'Unione europea 2 volte. «I Paesi ad alto reddito sono arrivati prima e hanno svuotato gli scaffali», ha detto al quotidiano newyorkese Andrea Taylor, un ricercatore della Duke University che ha studiato i contratti sottoscritti dai vari Paesi con le aziende farmaceutiche.

Le prenotazioni dei Paesi ricchi

Oggi i numeri dicono che gli Stati Uniti si sono assicurati 100 milioni di dosi da Pfizer, con la possibilità di acquistarne altre 500 milioni, e 200 milioni da Moderna (con ulteriori 300 milioni in opzione). Hanno inoltre preordinato 810 milioni di dosi da AstraZeneca, Johnson & Johnson, Novavax e Sanofi, e con queste aziende hanno sottoscritto accordi di espansione che potrebbero spingere quel numero a 1,5 miliardi.

La Gran Bretagna ha prenotato 357 milioni di dosi (a fronte di una popolazione di 66,6 milioni di persone), con opzioni per acquistarne altri 152 milioni. E l'Unione Europea, nel suo complesso, ne ha opzionato 1,3 miliardi. È chiaro che la velocità con cui i Paesi ricchi raggiungeranno la piena copertura è incerta, anche perché le varie aziende farmaceutiche si trovano in fasi di sviluppo diverso (Pfizer è già somministrabile, o lo sarà a brevissimo, altre non sono neanche in Fase 3). Ma le prospettive lasciano comunque ampio spazio alla speranza.

I Paesi a basso reddito

Diverse, invece, sono le speranze che può nutrire la maggior parte del mondo in via di sviluppo. Anche a causa dei limiti di produzione, molti Paesi a basso reddito potrebbero aspettare fino al 2024 per ottenere vaccini sufficienti per immunizzare completamente le loro popolazioni. Addirittura, secondo un rapporto pubblicato da Oxfam, 9 persone su 10 – nei Paesi poveri – non avranno accesso al vaccino nel 2021.

A quanto pare, però, non tutte le nazioni meno ricche dovranno affrontare le stesse gravi carenze. Alcuni Paesi, infatti, si sono assicurati un numero considerevole di dosi che potrebbero arrivare sul mercato il prossimo anno, sfruttando i propri punti di forza nella produzione di farmaci. Uno su tutti è l'India, col Serum Institute of India - che ha contratti per grandi quantità di vaccini AstraZeneca e Novavax – che ha promesso al governo indiano metà della sua produzione.

Le azioni per alleggerire il gap

Ad oggi, per combattere questo divario dei vaccini, l'Organizzazione mondiale della sanità e due organizzazioni non profit sostenute da Bill Gates stanno lavorando per garantire un miliardo di dosi per 92 Paesi poveri. Numeri apparentemente importanti, che tuttavia riuscirebbero a coprire appena il 20% delle popolazioni di queste nazioni. E a tutto questo va aggiunto un ulteriore step: quello della produzione. «Le sfide legate all'espansione della produzione dei vaccini sono significative e impegnative», ha detto Richard Hatchett, capo della Coalition for Epidemic Preparedness, uno delle organizzazioni non profit che guidano il programma Covax insieme all'OMS. Alcune aziende hanno già rivisto le loro proiezioni sulla base di problemi di produzione.

Pfizer, la scorsa estate, aveva annunciando di poter produrre 100 milioni di dosi entro la fine del 2020, salvo correggere la proiezioni – dimezzandole – a metà novembre. E nei contratti già siglati coi Paesi ricchi, le aziende farmaceutiche hanno preso impegni non solo sui preordini, ma anche su eventuali opzioni di espansione. E ora, con l'approvazione di più vaccini ormai prossima, la vera sfida sarà provare a rispettare gli accordi. In tutto questo, le possibilità che gli eventuali ritardi abbiano un riverbero pesante sui Paesi poveri sembra un'ipotesi tremendamente concreta.

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