Leader nella ricerca

«Vaccini in Italia contro nuove pandemie»

Ippolito (Spallanzani): «Serve una produzione nazionale, un progetto Ue per gestire rischi futuri e più risorse». Il vaccino ReiThera pronto a settembre. «Avviata la fase 2». L’ipotesi di utilizzare le risorse del Recovery Fund per una struttura Ue

di Nicoletta Picchio

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4' di lettura

Cento milioni di dosi all’anno. Con la produzione che partirà a settembre. O forse anche prima, per avere le dosi pronte appena sarà finita la sperimentazione. È una corsa contro il tempo quella del vaccino ReiThera, un successo tutto italiano, reso possibile dalla collaborazione tra l'istituto Spallanzani della Capitale, leader in Italia nella ricerca scientifica su virus e non solo, e l’azienda di Castel Romano. Il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, spiega: ora si sta passando alla fase 2, con la sperimentazione su circa mille volontari; poi, con la fase 3, le persone coinvolte saranno molte di più. «Il percorso si chiuderà verso la fine dell'estate, se tutto va bene», continua Ippolito. Nei laboratori dell’istituto si lavora anche ad un vaccino con l’azienda Takis, di Castel Romano, che ha appena avviato la sperimentazione sull’uomo. Inoltre lo Spallanzani sta anche affiancando la Regione nella valutazione di alcuni vaccini che potrebbero essere prodotti nel Lazio come lo Sputnik, su cui nei giorni scorsi c’è stato un incontro preliminare, e altri.

Oggi si parla di rilanciare l'industria farmaceutica nazionale ed europea, metterla in grado di produrre vaccini: «Bisogna promuovere seriamente la ricerca, favorire il passaggio dalla ricerca preclinica a quella industriale, costruire percorsi di produzione. Di fronte al rischio di pandemie, che esiste ed esisterà sempre, è fondamentale anticipare i tempi», dice Ippolito. «Occorre sviluppare modelli di collaborazione virtuosa pubblico-privato e tra le aziende. Sospendere i brevetti non dà automaticamente la capacità di produrre i vaccini, occorre un passaggio di know how». Nei giorni scorsi il presidente della regione Nicola Zingaretti ha affermato che in almeno tre siti industriali del Lazio si produrranno vaccini. 

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Ippolito è convinto che occorra ripristinare una produzione nazionale: «È una scelta necessaria non tanto per l’oggi, ma per metterci in grado di gestire situazioni future. In tutta Europa mancano i bioreattori, necessari per la prima fase dei vaccini. In Italia possono essere riconvertiti, ad esempio, gli impianti della Sclavo in Toscana o della Catalent di Anagni». E comunque, continua «serve un progetto europeo, vanno utilizzati i fondi del Recovery Fund per ripensare ad una struttura produttiva della Ue in grado di far fronte alla necessità di vaccini, in una logica di lungo periodo. Bisogna investire in modelli di preparedness, in strumenti per la condivisione almeno europea dei risultati della ricerca. Il sovranismo non paga».

Servono i finanziamenti: «la BionTech ha avuto circa 300 milioni dal governo». Da noi, spiega Ippolito, situazione ben diversa: la fase 1 del vaccino ReiThera ha avuto un finanziamento di 8 milioni di euro della Regione Lazio e del Ministero dell'Università.» Per la fase 2 qualche giorno fa è arrivato lo stanziamento di 81 milioni di Invitalia (che così ha acquisito il 30% del capitale dell'azienda di Castel Romano). Gran parte dell’investimento, 69,3 milioni di euro, sarà destinato alle attività di ricerca e sviluppo, il resto per ampliare lo stabilimento di Castel Romano.

«Stiamo cercando di fare tutto nel minor tempo possibile. I tempi della scienza non sono quelli della politica» dice Ippolito. I risultati delle sperimentazioni sono più che positivi: dopo 28 giorni dalla vaccinazione oltre il 94% dei soggetti nella fascia di età 18-55 anni vaccinati con una sola dose ha prodotto anticorpi, e oltre il 90% ha prodotto anticorpi che neutralizzano il virus. Poche e limitate le reazioni avverse.

«Siamo un istituto di ricerca al servizio del Paese, il nostro laboratorio di virologia ha un’esperienza unica in Italia», dice Ippolito. I ricercatori sono una cinquantina, alcuni si spostano spesso all’estero per sviluppare contatti con la comunità scientifica internazionale. Lo Spallanzani, spiega Ippolito, è un Istituto pubblico di ricovero e cura a carattere scientifico, di cui Francesco Vaia è il direttore sanitario. Fa parte del sistema sanitario regionale e l’attività assistenziale è finanziata dalla Regione Lazio, mentre l'attività di ricerca utilizza i finanziamenti del ministero della Salute, basati su un meccanismo che tiene conto di quantità e qualità della produzione scientifica e di vari parametri tecnici come la dimensione dell'Istituzione. Questo importo si aggira sui 3 milioni di euro all'anno. Oltre a ciò l'Istituto può chiedere contributi in conto capitale per progetti che richiedono investimenti specifici, come per l’acquisto di strumentazioni ad alta tecnologia. Lo Spallanzani partecipa poi, da solo o con altri, a gare indette da ministeri e fondazioni, che negli ultimi anni hanno generato cifre variabili tra 1,5 e 5 milioni di euro. Altri fondi, circa un milione annuo, arrivano da progetti europei. E per l'emergenza Covid sono aumentate le donazioni specifiche per la ricerca per alcuni milioni di euro. Le risorse sono fondamentali: la sfida, dice Ippolito, è crescere, per contribuire alle capacità di risposta del Paese, e fare ricerca sempre, per non farci cogliere impreparati. Perché le malattie infettive accompagnano da sempre la storia dell'umanità e non sono rappresentate solo dal COVID-19. «Ma questa è un'altra storia».

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