Destra & Sinistra

Vaccini, la Ue vada oltre il coordinamento tra i governi nazionali

di Sergio Fabbrini

4' di lettura

Se è vero che Mario Draghi si è arrabbiato durante la riunione del Consiglio europeo (dei capi di governo dei 27 paesi dell’Unione europea, tenutasi il 25-26 marzo), di ragioni per arrabbiarsi ce n’erano in abbondanza. Di fronte ad una campagna di vaccinazione inefficace, il Consiglio europeo si è limitato a dichiarare (nelle sue Conclusioni) che occorre «accelerare la produzione, la consegna e la diffusione dei vaccini», senza spendere una parola su come farlo e (soprattutto) su chi dovrebbe farlo. Ci sarà un motivo per cui, al 25 marzo (secondo Our World in Data), il 26,1% degli americani aveva ricevuto almeno una dose del vaccino anti-Covid, mentre ciò era avvenuto solamente per il 10,1% dei francesi, il 9,9% degli italiani e il 9,7% dei tedeschi. Dietro quei numeri vi sono migliaia di cittadini europei morti (che potevano essere salvati) oltre che incalcolabili costi economici, sociali e civili per via del prolungamento dei lockdown.

Eppure, il Consiglio europeo ha messo la testa sotto la sabbia. Perché? L’inefficacia vaccinale europea è dovuta alle modalità (amministrative e non politiche) con cui è stata gestita la pandemia dalla Commissione europea, per via dei vincoli imposti proprio dal Consiglio europeo. A Bruxelles non vi è un sistema di legittimazione politica (democratica) che incentivi la Commissione europea ad affrontare sfide (come la pandemia) in tempi rapidi ed in modo efficace. La democrazia è un regime di norme, ma anche un sistema di incentivi (e disincentivi). Poiché in democrazia un decisore viene rieletto o riconfermato sulla base dell’efficacia delle decisioni che prende, allora sarà suo interesse cercare di risolvere un problema collettivo “meglio e prima possibile”. Seppure all'interno di sistemi diversi di rendiconto (o accountability) democratico, il presidente americano Joe Biden e il premier inglese Boris Johnson hanno l’interesse a vaccinare prima possibile la popolazione dei rispettivi Paesi, se vogliono essere rieletti o riconfermati. Tant’è che hanno utilizzato tutti i mezzi disponibili per garantirsi una futura legittimazione, pagando i vaccini ad un prezzo più alto di quello di mercato («ho fatto ricorso all’avidità e al capitalismo per avere i vaccini», ha detto Boris Johnson) oppure mobilitando le forze armate per accelerare la vaccinazione («non dimenticatevi che siamo in guerra», ha ricordato Joe Biden).

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A Bruxelles non vi è un sistema comparabile di rendiconto democratico. Sulla politica vaccinale, il potere decisionale è stato esercitato dal Consiglio europeo, in quanto la sanità è una competenza nazionale. Il Consiglio europeo è costituito dalla somma di ventisette leader nazionali la cui legittimazione è esclusivamente nazionale. Quei leader non vogliono trasferire competenze e poteri a livello sovranazionale, perché temono che ciò indebolisca la loro futura legittimazione nazionale. Non solo i Trattati europei non prevedono la condivisione delle competenze in campo sanitario, ma potenti forze domestiche spingono per preservare le competenze nazionali, sia nei grandi che nei piccoli Paesi. Due giorni fa, in Germania, la Corte costituzionale ha sospeso (su ricorso di un’esponente dell'estrema destra nazionalista) l’approvazione della proposta europea di incrementare le risorse proprie dell’Ue per finanziare Next Generation-EU (NG-EU), anche se Angela Merkel aveva già assicurato che (per il suo governo) NG-EU è «un programma transitorio». Cinque giorni fa, dodici piccoli Paesi hanno reso pubblico un documento comune (relativo alla Conferenza sul futuro dell’Europa) che si conclude con l’affermazione perentoria che occorre «salvaguardare l«attuale equilibrio inter-istituzionale, compresa la divisione delle competenze». In nome della difesa delle competenze nazionali, l’estate scorsa, alcuni di quei Paesi (particolarmente l’Austria) ridussero i margini negoziali della Commissione europea, contribuendo a ritardare la successiva consegna dei vaccini, oltre che a ridurre la quantità ordinata. Eppure, alla riunione del Consiglio europeo dell’altro ieri, il premier austriaco Sebastian Kurz, invece di ammettere le proprie responsabilità, ha criticato l’Ue per non aiutare il suo Paese a ricevere i vaccini di cui ora abbisogna (ma che non aveva voluto ordinare). Dovendo rendere conto ai governi nazionali, la Commissione europea non può mettere in discussione le loro richieste. Ma se la presidente della Commissione europea agisce come il direttore generale di un segretariato amministrativo, ha pochi incentivi a risolvere “prima possibile” il problema della vaccinazione, se ciò contrasta con le preferenze dell’uno o dell'altro governo nazionale.

Insomma, in Europa, la politica dei vaccini non ha funzionato perché chi potrebbe meglio gestirla (la Commissione europea) non ha il potere per farlo, mentre chi ha il potere (il Consiglio europeo) non ha la capacità di farlo. L’Ue non è un’associazione di governi nazionali, che funziona sulla base del coordinamento volontario tra questi ultimi, coordinamento che peraltro non può generare decisioni efficaci e rapide durante un’emergenza. L’Ue è piuttosto un’unione di stati e di cittadini che abbisogna di un decisore, indipendente dai governi nazionali e incentivato a gestire l’emergenza “meglio e prima possibile”. «Se il coordinamento non funziona», ha sbottato Mario Draghi, allora «l’Italia andrà avanti da sola». Signor primo ministro, siccome da soli potremo fare poco, non sarebbe meglio che il suo governo avanzasse una proposta europea per andare oltre il coordinamento tra i governi nazionali che ha dimostrato di non funzionare?

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