Lotta al Covid-19

Vaccino italiano al palo, per ora solo fiale e niente produzione

La filiera nazionale. Thermo Fisher confeziona Pfizer, Catalent AstraZeneca. Ma nel decreto Sostegni bis sono in arrivo 400 milioni per il biomedicale

di Marzio Bartoloni e Sara Monaci

Vaccino in vacanza: ecco come funziona

4' di lettura

Il vaccino italiano anti-Covid ancora non c'è. E chissà quando arriverà. Nonostante i contatti tra governo e aziende, e qualche tentativo di far partire quella filiera italiana che – si diceva qualche mese fa – avrebbe reso più indipendente il paese, siamo ancora allo stesso punto di tre mesi fa, quando alcune multinazionali hanno cominciato in autonomia a infialare il prodotto prendendo accordi privati con le grandi produttrici internazionali (Pfizer e AstraZeneca prima e da pochi giorni anche J&J).

C’è tuttavia una novità, che ancora non è chiaro dove possa portare. Il decreto Sostegni bis rifinanzierà con 400 milioni, grazie ad un emendamento in arrivo a breve, la fondazione Enea Tech Biomedical, trasformazione recentissima del precedente fondo Enea Tech, partito ad aprile con una dote di 500 milioni iniziali per sostenere le start up in 4 settori: farmaceutico e healthcare, energia verde, information technology e tecnologie per le infrastrutture.

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Il Mise ci riprova

La nuova dote da 400 milioni servirà esclusivamente per il primo settore. La fondazione dovrebbe dunque diventare una sorta di cabina di regìa del Governo per sostenere la filiera biomedicale e di produzione di farmaci e vaccini.

Si tratta della “nuova” creatura fortemente voluta dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, entrata appunto nel decreto Sostegni bis insieme a un credito d’imposta del 20% sulla ricerca nel settore farmaceutico. Il cambio di nome della Fondazione sarebbe dunque propedeutico a questa metamorfosi, proprio per sottolineare il focus che questo player potrebbe avere nella filiera italiana del vaccino anti Covid.

L’obiettivo sarà non solo quello di appoggiare la creazione e lo sviluppo di nuove aziende innovative ma anche di finanziare progetti di riconversione industriale per arrivare finalmente a far decollare una produzione italiana, che nelle intenzioni del ministro Giorgetti riesca a garantire all’Italia una possibile autonomia vaccinale.

Una filiera dimezzata

Per ora l’Italia partecipa solo alla parte finale della catena, ovvero l’infialatura e il confezionamento. E solo grazie all’iniziativa privata delle aziende.

Il governo al momento non ha infatti portato a termine intese finalizzate alla produzione del principio attivo, acquisendo i diritti delle produttrici anglo-norvegesi o americane o trovando accordi con le multinazionali che in Italia già si occupano di realizzare principi attivi di farmaci.

Questo è la panoramica di ciò che attualmente avviene in Italia. Sta infialando il vaccino Pfizer lo stabilimento della Thermo Fisher di Monza, guardando al mercato internazionale e non solo a quello italiano. «Thermo Fisher - ha spiegato a fine marzo la stessa azienda statunitense - fornirà servizi di riempimento sterile e preparazione del prodotto finito nel proprio stabilimento di Monza nel corso del 2021. L’azienda sta lavorando come parte della rete globale di produzione di vaccini di Pfizer e fornirà servizi di produzione a contratto, in Italia, per il vaccino Pfizer-BioNTech contro il Covid-19, che sarà distribuito in diversi mercati».

La capacità produttiva dello stabilimento brianzolo potrà superare l’obiettivo dei 2 miliardi di dosi entro il 2021, prevedendo l’espansione non solo della capacità di produzione dei siti, ma anche l’aumento dei fornitori per i materiali.

La Catalent di Anagni ha stretto invece un accordo per l’infialatura di AstraZeneca, con una capacità che arriva fino a 1,5 milioni di dosi al giorno con 800 addetti. Ad Anagni viene adesso anche realizzato l’infialamento e il confezionamento di J&J, grazie ad un contratto firmato dieci giorni fa e subito operativo.

Le sperimentazioni in corso

Nel frattempo sono ancora in corso le sperimentazioni che sembravano promettere nuovi orizzonti ma che hanno subito qualche battuta d’arresto. Il caso più significativo è quello di Reithera, azienda di Castel Romano che, finanziata dal Governo per lo sviluppo di un vaccino made in Italy, ha subìto a maggio lo stop della Corte dei conti (che ha parlato di “investimento improduttivo”, relativamente «all’acquisto della proprietà della sede operativa della società, per un importo di 7,7 milioni», che non consente di «raggiungere la soglia minima di 10 milioni di euro per la validità dell’investimento produttivo»). Tuttavia la società prosegue nella sperimentazione, che per ora è alla fase di laboratorio.

Per Reithera era stata anche avanzata l’ipotesi di produrre il vaccino tedesco di Curevac, ma i risultati al momento insoddisfacenti del prodotto potrebbero segnare una battuta d’arresto per questa ulteriore ipotesi.

Sta studiando un nuovo tipo di vaccino (con un’innovativa tecnica basata sull’elettroporazione) anche la Rottapharm Biotech di Monza, che ha avviato la sperimentazione del prodotto ideato dalla Takis di Castel Romano. In questo caso ci sono stati i primi volontari.

Tra le aziende più accreditate a produrre i vaccino anti-Covid sembrava la Olon di Rodano, hinterland milanese, che ha stabilimenti operativi a Capua (Caserta) e a Settimo Torinese. In questo caso si parlava di un possibile accordo per la realizzazione di Moderna. La Olon è un’azienda con oltre duemila dipendenti, 9 sedi in Europa, una in India e una negli Stati Uniti e 500 milioni di fatturato. Tra le prime ad aver prodotto la penicillina in Italia, si occupa di principi attivi di molti medicinali, ovvero della prima fase della filiera industriale. Ma per ora niente di fatto.

Il caso Sputnik in Italia

La svizzera Adienne Pharma Biotech, che ha sede a Caponago in Brianza, intende produrre il vaccino russo Sputnik. Ma ancora i tempi non sono chiari. L’iniziativa è nata con l’intermediazione del fondo governativo russo Russian Direct Investment Fund, che in Italia si è mosso attraverso la Camera Italo-Russa. Tuttavia se si era ipotizzato un’inizio di produzione a luglio, tutto è rimandato a data da destinarsi. Al momento l’azienda conferma la produzione ma solo, per ora, di piccole dosi che l’Aifa dovrà analizzare per permettere l’avvio dell’attività. E comunque, anche una volta raggiunto questo obiettivo, l’Ema non sembra intenzionata ad autorizzare la vendita in Europa.

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