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Valentino, Hermès, Balenciaga e Givenchy: in scena il piacere di fare la moda

Finalmente il sesto giorno a Parigi arriva la moda: quella vera, fatta di linea, materia e basta più; di inventiva e rigore

di Angelo Flaccavento

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(EPA)

Finalmente il sesto giorno a Parigi arriva la moda: quella vera, fatta di linea, materia e basta più; di inventiva e rigore


4' di lettura

E finalmente il sesto giorno, dopo tutto il cincischiare, il distrarre, il riproporre, l’imborghesire, il travestire, a Parigi arriva la moda: quella vera, fatta di linea, materia e basta più; di inventiva e rigore. Moda che elettrizza e fa pensare; che consiste essenzialmente di gran bei vestiti, non di inezie.

È Demna Gvasalia, da Balenciaga, ad assestare il colpo definitivo, unendo la maestria del dressmaker a una capacità di affabulazione da cineasta. Ci sono i vestiti, infatti, e c'è la macchina scenica, compenetrati in un meccanismo dalla precisione assassina. Lo show è sensazionale, con gli spalti che affondano nella marea nera della passerella liquida, coperta da un acquitrino che par petrolio, e il soffitto che è un enorme schermo sul quale si scatenano gli elementi.

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Balenciaga A-I 20/21 Parigi

Balenciaga A-I 20/21 Parigi

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Fulmini, fiamme, nuvole: una vera apocalisse, perché la fine del mondo s’avvicina. Cotanto spettacolo non è peró mera distrazione. Piuttosto, un contesto fosco e angosciante che avvolge gli abiti e ne esalta la qualità drammatica e ieratica.

«La chiesa e il calcio - sintetizza Gvasalia backstage - e il puro piacere di fare la moda, che è il motivo per cui amo questo lavoro». Si parte con il nero - il colore di Balenciaga per eccellenza, ecclesiastico e pomposo - e si chiude in un luccicare di tute e tubini d’argento, e in mezzo c’è un gran costruire volumi scultorei, un gran allargare spalle e ridisegnare corpi con una precisione assoluta e non nostalgica. E sì, ci sono pure i completi da calcio, e le tute da motocross. Abiti che hanno l’imprinting di un autore, ma che chiunque può indossare, ovvero l’equilibrio perfetto di invenzione e di commercio.

Da Valentino, Pierpaolo Piccioli è ugualmente rigoroso, e ugualmente potente, ed è così concentrato sugli abiti - e sulle persone - da non buttare altro sul fuoco: lo show si svolge semplicemente in una camera bianca, con la musica suonata dal vivo da un quartetto d’archi. Del resto, quando la moda c’è, e arriva al punto, tutto il resto diventa sovrastruttura. È un Valentino nuovo quello immaginato da Piccioli: grafico, teso, femminile con una grazia secca che puó anche essere maschile, o se si vuole il contrario, fluido nel rifiuto di ogni categoria senza per questo lambire i territori retorici e perigliosi del genderless.

Valentino A-I 20/21 Parigi

Valentino A-I 20/21 Parigi

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Portando il discorso sull’inclusività dai manifesti programmatici - facili, ma improduttivi - alla materialità del fare i vestiti, Piccioli lavora intorno all’idea di uniforme, del vestito funzionale che non attira l’attenzione ma si fonde sulla persona, e manda in passerella una colata di nero - energica, invece che funerea - addosso ad un cast di, sono parole sue, “persone che mi piacciono”.

Uomini, donne; bellezze classiche e bellezze non convenzionali; giovani, o meno. L’esperimento riesce: ciascuno è se stesso, anche se tutti indossano suppergiù gli stessi cappotti, le stesse bluse trasparenti, le stesse scarpe pesanti. Le leziosaggini del passato evaporano, ma non la gentilezza che è il tratto vero di Piccioli, autore ammirevole perchè capace di mettersi in discussione.

Quel che manca da Issey Miyake è proprio l’impronta forte dell’autore. E dire che Satoshi Kondo aveva esordito brillantemente la scorsa stagione nel ruolo di head designer della collezione donna. A questo giro peró i colori diventano colorini, le forme - sempre plasmabili e riconfigurabili - perdono incisività, e il risultato è che la tanto attesa evoluzione di Miyake stenta a realizzarsi. Certo, rispetto al recente passato il salto è quantico, ma è ancora troppo poco.

Da Hermès, Nadège Vanhee-Cybulski punta sul daywear - capispalla pragmatici, suit esatti, lunghe polo di maglia come abiti - e su una palette che parte dal bianco e si illumina di colori forti, ma la collezione è un po’ debole, e quel che colpisce davvero sono alla fine le labbra rosse e arancio di alcune modelle, dipinte con i rossetti che Hermes ha appena lanciato. Il marchio di lusso per antonomasia, dunque, ha per la prima volta un prodotto dal prezzo entry level: uno scardinamento di prospettive non da poco. Sull’abbigliamento, invece, c’è una identità da affinare.

Rispetto ad altre capitali della moda Parigi raccoglie un numero maggiore di autori, ciascuno con la sua visione. Si va da Haider Ackermann, austero e decadente ma capace a questo giro di un purismo quasi galattico, a Thom Browne, che propone un sardonico guardaroba di giacche a sacco e gonne in sbieco e lo mette addosso, con i rispettivi aggiustamenti di genere, a lui e a lei, uniti in identiche coppie in passerella.

Ci sono i giapponesi dell’universo Comme des Garçons: Rei Kawakubo, madre padrona, e i suoi discepoli Junya Watababe e Noir, presi tutti a creare post-vestiti che disegnano un futuro distopico e assurdo, che distorcono il corpo e lo ridisegnano e che non sono nemmeno più vestiti. Stimolano la mente, accendono riflessioni, disturbano, ma in quanto oggetti da indossare sono fallimentari, perché non possono avere un uso, rimanendo splendidi esercizi di stile.

Givenchy A-I 20/21 Parigi

Givenchy A-I 20/21 Parigi

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È a suo modo un autore anche Clare Waight Keller, che da Givenchy non riesce ancora a trovare una sigla davvero convincente e personale. Questa volta si avvicina di più: ci sono i volumi, l’asciuttezza e la concisione della couture, invece che il pot-pourri di stili delle scorse stagioni. Peró l’idea della donna potente, seducente, carnale si materializza solo in parte. Qui, paradossalmente, l’allestimento sensazionale dello show evidenzia le debolezze della visione invece che occultarle.

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