Sfilate

Valentino, opera prima (fisica e digitale) diventa spettacolo a Cinecittà

Sfilata couture a Roma per pochissimi invitati con abiti rigorosamente bianchi alti cinque metri amplificati nel video di Nick Knight

di Angelo Flaccavento

default onloading pic

Sfilata couture a Roma per pochissimi invitati con abiti rigorosamente bianchi alti cinque metri amplificati nel video di Nick Knight


2' di lettura

«Penso che il mio compito non sia riflettere il momento storico, ma reagire ad esso», dice Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della maison Valentino. Lo dice dal vivo, visibilmente emozionato, ad una audience di non più di trenta invitati, nel buio pieno di possibilità di un luogo magico: uno degli studi di Cinecittà.

La stagione dell’haute couture (alta moda), frammentata e virtuale, è iniziata a Parigi e si conclude infatti a Roma, con un misto toccante di fisico e digitale: quindici silhouette in tutto, completamente bianche, estremizzate in lunghezza fino a diventare torri surreali e frementi di cinque metri, abitate da modelle vere appese al soffitto con imbracature da acrobate, e poi viste attraverso un video realizzato con l’ottimo Nick Knight, fotografo e creativo britannico, immerse una ambientazione sonora di FKA Twigs.

Loading...

È un’opera totale composta da media diversi, da fruire per davvero solo nella somma delle sue parti, capaci di restituire l’interezza emozionale di un pensiero profondamente umanistico. Per Piccioli, infatti, al centro sta sempre l’uomo, nel caso specifico la manualità dell’atelier, laddove un sapere certosino nel fare trasforma le idee in oggetti. «Questo esperimento è nato e si è sviluppato per intero durante il lockdown – racconta il direttore creativo –. Mi è stato chiaro da subito che la sfilata sarebbe stata impossibile. L’idea dello show a porte chiuse non mi interessa. Ho voluto creare un evento che riportasse al centro la moda».

Moda come far vestiti, ovvero il professionismo nell’epoca degli improvvisati e degli amateur. Gigantizzare un abito couture è operazione complessa, perché a cucirlo non sono macchine, ma persone. Piccioli ama queste sfide, e le sue devote maestranze farebbero di tutto per accontentarlo. Già questo dialogo, da bottega dell’arte, è emozione pura. Certo, un abito alto cinque metri è per forza di cosa statico, monumentale.

È qui che entra in gioco Nick Knight con il suo modo ipertecnologico e freddo di essere poetico. Il contrasto tra il gelo dell’immagine digitale e il sentimentalismo di Piccioli si traduce in un gioco di colore, movimento e glitch come errori di trasmissione, intitolato Of grace and light, nel quale gli abiti, non più fermi, non più monumentali, diventano bandoli di pura energia. La moda prende vita attraverso lo strumento che altri ritengono assassino, e l’incastro tanto cercato tra reale e virtuale si realizza, fluidamente. Conclude Piccioli: «Il digitale non è il mio mondo, ma è uno strumento, a patto che l’umano stia al centro».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti