In passerella a Parigi

Valentino prosegue la ricerca di nuovi significati nel tempo dell’incertezza, Loewe reimmagina le forme

Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della maison romana, e Jonathan Anderson, stilista del marchio del gruppo Lvmh, hanno fatto tesoro delle riflessioni legate ai mesi di lockdown e isolamento

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Detto senza moralismi, catastrofismi e millenarismi, questa è, sotto ogni aspetto, l’epoca della banalità. Tutto è così superficiale e veloce che si semplifica senza remore e senza pensiero, annullando le idee. La moda non fa eccezione. Quella che si sta vedendo a Parigi in questi giorni, con le dovute eccezioni, è di una banalità sconcertante . La riscoperta di corpo e sensualità ha dato la stura a tutto un riemergere di scosciature e scollature e aderenze quanto mai prevedibili. La restaurazione in corso, poi, sembra un salto indietro, quasi non ci fosse nulla da apprendere dagli eventi ultimi scorsi. Quanti riflettono e rielaborano – pochi ma buoni – compiono però il salto in avanti.

Jonathan Anderson esplora nuove strade

È il caso di Jonathan Anderson, che da Loewe (maison del gruppo Lvmh) rompe lo stampo da lui stesso creato e scardina una ricetta di successo per sondare nuove acque, decisamente sessuali e sperimentali, anche a costo di apparir pretenzioso (look di sfilata a destra, nella foto in alto). Come spesso accade nei momenti di rinascita, per muovere avanti Anderson guarda indietro: addirittura al tardo Rinascimento italiano, e in particolare al pittore Jacopo Carrucci, detto Pontormo, figura nodale nel passaggio figurativo al manierismo. Dal quadro più noto di Pontormo, la Deposizione conservata a Firenze a Santa Felicita, Anderson carpisce la palette di pastelli sotto acido, i panneggi svolazzanti, il senso di una composizione vorticante, verrebbe da dire isterica. Sperimenta senza remore, guardando a destra e a manca – si cita tanto design giapponese così come Hussein Chalayan – giocando con il corpo e le sue distorsioni a suon di drappeggi, protrusioni, placche metalliche, bustini come specchi anamorfici, obló, liquefazioni, spaziando dal nero grafico alle paillette al limite del kitsch al jeans. In passerella c’è molto, al limite del confondente, come sempre per Loewe: un vorticare che può anche stordire, ma che questa volta energizza per la semplice gioia del creare senza freni e senza limiti. Tutto si tiene e tutto torna, dalla musica al set nudo e immenso.

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Valentino, il percorso della moda dall'atelier alla strada

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Il percorso delle maison giapponesi

La temperatura, certo, è fredda, ma è un freddo che non respinge. Da Issey Miyake, Satoshi Kondo, attualmente alla guida del design team, torna a lavorare sulla silhouette, che è liquida, plasmabile, verticale e concreta. In questo processo, la donna Miyake riguadagna presenza e forza, dopo anni di infantilismo, ma acquista anche una pensosa serenità che è nuova. Più passano gli anni, gli eventi, le mode, più Yohji Yamamoto si conferma il poeta del nero, della decostruzione liquida, delle crinoline punk. Alle sfilate di questo maestro si va regolarmente aspettandosi certe cose, che invariabilmente si realizzano e materializzano. Eppure, la reiterazione non è mai ripetizione. Le sfumature dell’enunciato sono sempre diverse pur nella monotonia di fondo. Colpisce, ogni volta, il lirismo abrasivo, la grazia mai leziosa, la sapienza del lavoro sartoriale.

Il coraggio di sperimentare di Pierpaolo Piccioli di Valentino

È libero e leggero Pierpaolo Piccioli, che da Valentino (look di sfilata a sinistra, nella foto in alto) continua con piglio sicuro il processo di risignificazione dei codici della maison. Piccioli, come Rick Owens e Anderson, è uno di quei designer che hanno sfruttato la sospensione pandemica come occasione per pensare fuori dai clichè autoimposti e scardinare schemi precostituiti. È nuovo il formato dello show, flusso permeabile tra dentro e fuori, passerella e marciapiede, finzione scenica e realtà; è nuova la leggerezza incisiva degli abiti, privati ormai dei tocchi leziosi, ma non dei preziosismi, caricati da scelte cromatiche decise e personali: pezzi immediati che pur tuttavia mantengono l’impronta couture della maison. La collezione, presentata in formato co-ed, mescola riedizioni anastatiche di alcuni capi d’archivio a tutta una serie di pezzi dai volumi generosi e le tinte sature, e poi camicie bianche e jeans, il tutto accessoriato di sandali piatti o anfibi. È il lessico familiare di Piccioli, sottoposto ad un editing benefico, messo addosso ad un cast di tipi non convenzionali - ma dalle fisicità standard. L’effetto dovrebbe essere spiazzante, e in parte lo risulta anche, pur entro i limiti congeniti di questo tipo di operazioni. In passerella, infatti, la finzione resta tale, anche quando si propone il tranche de vie. A questo giro, però, bastano i vestiti: nella loro sintesi vibrante sono essi stessi risignificazione del codice. Ne è consapevole Piccioli per primo quando dice, irremissibile: «Più passa il tempo, più voglio che i vestii parlino da soli».

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