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«Valgo 1 miliardo ma non vendo. Preferisco essere ricco sulla carta e vivere l’attimo»

Simone Mancini. Emigrato in Australia con il papà missionario è tornato a Milano a 30 anni per fondare Scalapay, la società che fa comprare a piccole rate, ultimo unicorno italiano

di Lello Naso

Simone Mancini, Scalapay, l'unicorno italiano dei pagamenti

6' di lettura

«La sera in cui abbiamo chiuso l’ultima operazione di finanziamento, ci siamo accorti che il valore di Scalapay aveva superato un miliardo di euro. Ma, per la verità, nessuno di noi ha dato grande importanza alla cosa. Era tardissimo, ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: andiamo a casa, siamo troppo stanchi». Simone Mancini, 34 anni, nato a Empoli, trasferitosi in Australia a tre anni, tornato in Italia a 31 con una singolare storia di emigrazione di ritorno, racconta con una tranquillità disarmante e un pizzico di ironia uno degli eventi più importanti della piccola finanza italiana degli ultimi anni: il battesimo da unicorno di Scalapay, la società che ha fondato nel 2019 con il socio macedone-australiano Johnny Mitrevski e di cui è amministratore delegato. «Non pensavamo fosse così importante», continua Mancini, stupito dello stupore che il racconto suscita. «Sono stati i nostri collaboratori, nei giorni successivi, a dirci che forse era il caso di fare una piccola festa».

Simone, viene spontaneo chiamarlo per nome, ha i capelli castani e la barba corta, porta occhiali dalla montatura molto leggera, indossa una maglietta nera. Ha il fisico asciutto del corridore, la voce tranquilla e un curioso accento tosco-australiano, parole un po’ masticate e qualche aspirata che ogni tanto fa capolino. Dello stereotipo dell’imprenditore sfrontato del fintech ha poco o niente. Anche perché il suo percorso sembra uscito da un libro delle favole.

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«Mio papà – racconta Simone – era un piccolo imprenditore in Toscana. Ha lasciato tutto e siamo andati in Australia perché lui e mia mamma hanno deciso di fare i missionari laici per la Comunità Neocatecumenale. Noi figli, sette, siamo cresciuti a Humpty Doo nella regione di Darwin. All’inizio abitavamo in un caravan parcheggiato all’interno di un recinto fatto con le lattine di birra. Il vicino di casa era a quasi due chilometri. Lavorava solo mio papà, in un macello di polli, ma non ho mai avuto la percezione che ci mancasse qualcosa».

Simone racconta di un papà sereno, che tutte le sere tornava a casa allegro «grato a Dio per quello che gli aveva dato», ma anche, a modo suo, severo. «Non ero uno studente modello, i miei fratelli erano tutti più bravi di me. Ho chiesto due volte a papà di lasciare la scuola. La prima volta mi ha portato a lavorare con lui al macello. Ma la puzza dei polli morti era davvero insopportabile. Ho resistito un mese. Anche perché mio papà, perfidamente, mi faceva fare sempre cose peggiori. La seconda volta mi ha mandato a lavorare in una piantagione di banane. I miei compagni di lavoro erano tutti galeotti. Ero il più alto, mi facevano tenere un cesto sulle spalle mentre loro tagliavano i frutti dall’albero. Nel cesto, e sulla mia testa, però, cadevano anche ragni e vermi di tutti i tipi. Ho resistito mezza mattinata».

Simone, suo malgardo verrebbe da dire, finisce la scuola, con il voto più basso della famiglia. Nonostante il papà gli avesse promesso una macchina se avesse superato la valutazione, altissima, della sorella («mi sono impegnato per qualche mese, ma ho capito che non ce l’avrei fatta»). Si iscrive all’università. Due anni di arte, poi il cambio di facoltà e la laurea in economia. «Ma avevo il pensiero fisso di comprare la macchina con le mie forze», racconta, «anche per dimostrare a mio papà che ce la potevo fare. Mettevo in vendita i miei dipinti online, ma il costo del materiale era più alto dei ricavi. Così mi sono buttato in un paio di avventure imprenditoriali. Compravo materiale elettronico negli Stati Uniti e lo vendevo online in Australia. Un flop».

Ma il verbo arrendersi non è scritto nel vocabolario di Simone. Meglio insistere. «Mi sono iscritto a un corso di cucito e ho messo in vendita, sempre online, felpe reversibili. Un blogger americano molto famoso ha postato, per puro caso, la foto di una mia felpa. Così, per una settimana ho venduto cento pezzi al giorno. Ne ho prodotte cinquemila, ma finito l’effetto blogger, non ne ho più vendute. Nel garage dei miei ci sono ancora le pile di felpe. Ho fatto un buco da 25mila dollari che ha coperto mio papà». Ma Simone riesce a vedere il lato positivo. «Ho capito come funzionano le ondate delle vendite online e come si alimentano». Un’esperienza che verrà buona in futuro.

Arriva la laurea in Economia e il primo lavoro, il posto fisso diremmo con un linguaggio da boomer. Per un anno Simone è un funzionario della Regione di Darwin, Northern Territory, poi passa a Sitzler, una società di costruzioni. Prima analizza i progetti delle società dell’oil and gas. Poi segue i cantieri. «In questo periodo ho capito che fare business vuol dire negoziare, stipulare contratti, gestire la cassa e i fornitori, rispettare i tempi di consegna. Seguire i cantieri è stata un’esperienza molto formativa. Sono stato anche il responsabile del progetto che ha costruito la prigione dello Stato».

Ma il pallino dell’imprenditore non è scomparso. Con l’inseparabile Johnny Mitrevski, fonda una società online per la vendita di cibo multietnico cucinato in casa, Eat Tonight, che poi si ridimensiona in Sweetly, solo torte decorate tailor made e consegnate a domicilio. Inutile chiedere a Simone come è andata a finire. «Due fallimenti. Non è che le attività andassero male, ma non c’erano margini di crescita e abbiamo deciso di lasciar perdere. Io avevo due figli e il terzo in arrivo e anche John aveva una famiglia da mantenere. Così sono andato a lavorare a Prospa, una start up per la concessione di crediti alle piccole imprese».

Dieci ore al giorno di lavoro, sei giorni la settimana. Simone aggiunge un altro tassello al suo percorso di imprenditore. Capisce che la concessione di credito in maniera rapida e senza troppe complicazioni burocratiche può essere un business di successo. Con Johnny, anche se non ne sono consapevoli appieno, mettono insieme i loro fallimenti e tutte le esperienze fatte assieme. Decidono che devono fondare una start up che dà piccoli crediti ai consumatori per comprare oggetti di costo medio, due-trecento euro, i classici sfizi. A Prospa hanno capito che devono far pagare a rate e online. Aggiungono l’intuizione che il Paese ideale per fondare un’impresa così è l’Italia. E così, ci crediate o no, Simone si trasferisce in Italia e nasce Scalapay. Compri ora, paghi dopo. Niente burocrazia e finanziamenti immediati.

Il problema è che quando tocca convincere i negozianti italiani a utilizzare la piattaforma, la risposta più gentile che ricevono è: bellissimo, ma voi chi siete? «In effetti – dice Simone – chi poteva dare fiducia a un italo-australiano e a un mezzo macedone spuntati dal nulla? Così imbarchiamo Daniele Tessaroli, un ragazzo italiano che avevamo conosciuto a Prospa e che era bravissimo a vendere. Daniele porta il primo cliente, Hellobaby, un negozio di Pioltello, nel Milanese che vende prodotti per neonati. Succede che la nostra piattaforma gli butta giù il sito. Noi per rimediare, glielo rimettiamo su dopo due giorni, ma senza Scalapay. Lui ci richiama sommerso dalle telefonate dei clienti che gli chiedono perché non si può pagare più a rate e ci prega di rimettere su la nostra applicazione».

Comincia la scalata di Scalapay. L’investimento iniziale è di 25mila dollari. È il febbraio del 2019. Entrano i primi fondi, l’italiano Itaca è determinante per vestire di tricolore l’operazione, poi via via si accodano gli altri. Nel marzo 2022, tre anni dopo, Scalapay ha tremila negozi e vale un miliardo di euro. La holding è a Dublino «perché i fondi americani – dice Simone – chiedono procedure snelle, che conoscono. Ma la società è italianissima e le tasse le paghiamo qua, per sgomberare il campo dagli equivoci».

Adesso il futuro sembra in discesa, ma Simone si schermisce. «Sono ricco sulla carta. Sarò ricco quando decideremo di vendere. Ma abbiamo già rifiutato un’offerta di 500 milioni di euro. Preferiamo correre il rischio di perdere tutto, perché sarebbe peggio perdere l’esperienza che stiamo facendo in questo periodo. Tutto questo è impagabile».

Anche se comporta la rinuncia a pezzi di vita privata. C’è il terzo figlio in arrivo, c’è la partecipazione, due volte alla settimana, alle funzioni del cammino Neocatecumenale («Credo in Dio, ma non alla maniera incrollabile di mio papà»), ci sono gli hobby da recuperare.

«Su questo, però sto migliorando. Ho deciso che il venerdì pomeriggio smetto di lavorare. Voglio avere più tempo da dedicare alla famiglia, è in arrivo il terzo figlio, e voglio godermi il tempo libero. Dipingere, viaggiare, andare alle mostre. Vedere Hirst e le performance dei Fluxus. Prima o poi vorrei entrare alla Fondazione Prada, è qui vicino a casa mia a Milano. Ci giro intorno, quando corro al mattino. Vorrei vedere qualche partita della Fiorentina che non seguo più dai tempi di Batistuta, il mio idolo. Magari vorrei conoscere il presidente Commisso, mi è simpatico a pelle». Tra emigrati di ritorno, non sarà difficile capirsi.

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