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Valignano e il valore dell’intercultura

di Bruno Forte

Alessandro Valignano

4' di lettura

Ricordo ancora l’emozione con cui - invitato per tenere conferenze sul cristianesimo in diverse università della Cina popolare diversi anni fa - visitai la tomba di Alessandro Valignano a Macao, gesuita missionario nato a Chieti nel 1539 e morto alle porte del Celeste Impero il 20 gennaio 1606.

Egli fu non solo un evangelizzatore di straordinaria audacia, ma anche colui che teorizzò e mise in atto nell’annuncio del Vangelo due modalità di cui oggi si apprezza il profondo valore: l’“inculturazione” e l’“interculturalità”. È la stessa opera di Valignano a spiegarne il significato.

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Dopo gli studi di diritto a Padova, il giovane Alessandro incontrò a Roma i Gesuiti, nati da pochi anni. Un intenso discernimento spirituale lo portò alla decisione di entrare nel noviziato di Sant’Andrea al Quirinale. Ordinato sacerdote, nell’estate del 1572 fu nominato Visitatore delle Indie Orientali, rappresentante plenipotenziario, cioè, del Padre Generale della Compagnia per l’attività missionaria in estremo Oriente.

Partì da Roma nel settembre 1573 per il Portogallo, da dove salpò per Goa nel marzo 1574. Visitò le missioni in India, Malesia, Molucche e Macao. Si prese quindi cura del loro sviluppo in Cina e Giappone, dove insistette con grande lucidità sul rispetto della cultura locale, rivoluzionando i metodi di evangelizzazione.

Espresse le sue convinzioni in molti scritti e lettere, redatti in latino, italiano, spagnolo o portoghese, che costituiscono una fonte preziosa per la conoscenza della sua opera e delle idee che la guidavano. «Non sono i Giapponesi che devono adattarsi ai nostri costumi, ma noi che dobbiamo adattarci ai loro»: fu questo il principio ispiratore della sua azione.

La recente pubblicazione della relazione del viaggio di quattro giovani principi giapponesi in Europa, da lui voluto e organizzato con cura per creare un ponte fra le culture e favorire la diffusione del cristianesimo nella grande civiltà del Giappone, è un compendio del suo messaggio, quanto mai vivo e stimolante. L’opera, a cura di Marisa Di Russo, è uscita col titolo Dialogo sulla missione degli Ambasciatori Giapponesi alla Curia Romana e sulle cose osservate in Europa e durante tutto il viaggio (Olschki, Firenze 2016: la traduzione è di Pia Assunta Airoldi).

Se il secolo in cui Valignano visse fu segnato dalle grandi scoperte geografiche a Occidente e dal rinnovato slancio di interesse e di espansione dell'Europa verso l'estremo Oriente, l’incontro con nuove civiltà, alcune di grandissima storia e spessore, suscitò la domanda decisiva circa la forma da dare a questo incontro: doveva essere tale, caratterizzato dunque dal dialogo e dal reciproco scambio di valori, o andava invece configurato come uno scontro di civiltà, dove il più forte si sarebbe dovuto imporre? Valignano optò in modo esemplare per la via del dialogo, muovendo dal convinto apprezzamento dei costumi giapponesi e dalla volontà di rispettarli e valorizzarli come porta dell’evangelizzazione.

Non di meno, mostrò i limiti del popolo che pure tanto amava e indicò con coraggio il salto di qualità cui era necessario avviarlo con la luce del Vangelo: «È il popolo più bellicoso e più dedito alla guerra di qualsiasi altro al mondo». Ma la via per condurre un popolo così colto a preferire il bene della vita e della pace a ogni altro, non doveva essere quella della forza, che non avrebbe cambiato in nulla le sue convinzioni.

A vincerlo non poteva essere che la via evangelica del perdono e della carità più forte di tutto. Rilevante è allora il messaggio che ci viene dalla vita e dalle opere del grande Visitatore delle Indie: figlio della riforma tridentina, egli pone al centro della Chiesa la causa del Vangelo e il dovere missionario di ogni battezzato. Lo fa, però, nel rispetto più grande per il destinatario e nel desiderio di creare ponti di scambio e amicizia fra i popoli, nella convinzione che ciò che accomuna tutti gli esseri umani è il grande mezzo della ragione. Si coglie in questo riconoscimento un’idea chiave, che ispira l’intera azione del Valignano al servizio dell’evangelizzazione: c’è una struttura intelligente della realtà che si mostra a tutti gli spiriti onesti e scevri da pregiudizi.

Poiché tali gli appaiono i maestri del Giappone, è sua ferma convinzione che sia possibile raggiungere la loro mente e il loro cuore attraverso il dialogo, saldamente fondato sull’esercizio della ragione. Su questa strada diventa possibile offrire all’altro il dono di cui ci si riconosce portatori e ricevere dall’altro i beni che lo caratterizzano, come pure può attuarsi il processo di rinnovamento che l’accoglienza della buona novella attiva nelle menti e nei cuori. In antitesi allo “scontro delle civiltà” Alessandro Valignano indica come unica via credibile e praticabile quella del dialogo e dell’incontro fra culture e religioni. E questo vale anche per quanti come noi queste culture ed esperienze religiose diverse siamo chiamati a ricevere nel grande flusso immigratorio che sta conoscendo il nostro Paese.

Un Italiano del ’500 ha dunque tanto da insegnare a non pochi Italiani di oggi circa l’accoglienza dell’altro e il rispetto del diverso…

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