sbagliando si impara

Valori in svendita: ma competenza e preparazione non si comprano in saldo

Sempre più spesso viene messo da parte l’approfondimento che occorre per affrontare situazioni complesse e si privilegiano le scorciatoie

di Piero Pavanini *

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(AFP)

Sempre più spesso viene messo da parte l’approfondimento che occorre per affrontare situazioni complesse e si privilegiano le scorciatoie


3' di lettura

Le due e-mail giunsero a circa mezz'ora di distanza l'una dall'altra. Sul computer dell'organizzatrice del convegno apparvero numeri che la lasciarono senza parole. Era per un'importante compagnia assicurativa, pianificato per ottobre in modalità digitale, ovvero senza la presenza di pubblico e di testimonial dal vivo. La richiesta era di due testimonianze di circa 40 minuti legate ad un filo conduttore definito, una di un economista sugli scenari e i mercati, e una di un famoso chef che si prestasse un'attività ludica legata ad alcune ricette.

I numeri sullo schermo rappresentavano il cachet dei due testimonial e le richieste di preventivo erano state mandate all'economista sulla sua casella di posta personale, mentre lo chef aveva preteso una mail al “capo del suo staff” che lui avrebbe valutato con calma. La richiesta? Collegarsi ad una determinata ora tramite il computer, parlare alla telecamera e rispondere a qualche domanda del moderatore. La richiesta dello chef era di oltre 25 mila euro, quella dell'economista di 3 mila, e si trattava di un personaggio pubblico che aveva avuto incarichi di governo e al vertice di importanti istituzioni economiche internazionali.

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La domanda dell'organizzatrice: come è possibile che uno chef che partecipa a programmi tv possa chiedere dieci volte il cachet di un ex ministro? La domanda è legittima e deve far riflettere, e purtroppo la risposta non è confortante. Viviamo in un momento storico che svalorizza le competenze e valorizza le apparenze, e questo è un problema, soprattutto se questa tendenza si ritrova nei comportamenti di chi lavora nelle organizzazioni e, ancora peggio, in chi gestisce la cosa pubblica.

La competenza e la preparazione non si comprano in saldo, mentre se si fa un giro sul web nel mondo della formazione l'impressione è esattamente l'opposto. E' tutto un proliferare di guru che promettono di formare gli utenti su tutto e il contrario di tutto, dal trading, agli investimento immobiliari, al miglioramento personale, al coach, alla motivazione, allo yoga, alla cucina. Parliamo di corsi online, venduti a caro prezzo e spesso con appuntamenti “sold out”.

La stessa formazione, lo sappiamo, soprattutto in ambito manageriale, viene proposta dalle società di formazione e da formatori veri, quasi sempre laureati, a circa mille euro al giorno, sia in formato live che web. Con un amico “smanettone” mi sono preso la briga un giorno di approfondire chi erano i formatori/guru che si proponevano sui social su varie tematiche in ambito manageriale e sono andato a cercare i loro curriculum, la loro provenienza, i loro titoli e le loro esperienze.

Ebbene in 8 casi su 10 i docenti erano perfetti sconosciuti, con esperienze e competenze risibili ma con una abilità: alta capacità persuasiva, carisma, buona eloquenza in grado di ben mascherare la pochezza di contenuto. Ma perché questo accade? Anche qui la risposta non è confortante ed emerge anche dai risultati di sondaggi di società di consulenza e ricerche di mercato. Prevale un approccio di superficialità, viene messo da parte il ruolo dell'approfondimento che occorre per affrontare situazioni complesse e si privilegiano le soluzioni veloci, le scorciatoie, le risposte semplici alle domande difficili.

Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno, è un problema sistemico, figlio di subcultura: di competenze create sui social che si misurano nel numero di follower, di abilità espressive e di coinvolgimento con cui gli chef televisivi conquistano l'audience, di generazioni di persone che leggono meno di un libro all'anno e si informano su Facebook, di una preparazione tecnico-accademica che ci relega in fondo alle classifiche dei paesi meno colti (o più ignoranti) del mondo.

Seppure questa argomentazione potrebbe sembrare semplicistica non c'è dubbio che oggi il concetto di “fatica” e “pazienza” non siano molto di moda, specialmente fra le giovani generazioni supportate dalle tecnologie ma anche da sistemi educativi che promettono il “tutto e subito”. La fatica serve ad approfondire, ad affrontare e risolvere le situazioni complesse, a crearsi professionalità e competenze vere, ad abituarsi alle sconfitte ed ai fallimenti che aiutano a crescere.

Quindi? Non esiste una ricetta, se non partendo dai fondamentali: rendersi conto e far rendere conto soprattutto ai giovani, prima che entrino in un mondo del lavoro che li costringerà ad una brutale doccia fredda, che niente è gratis, che le conquiste richiedono fatica, le scorciatoie abbreviano la strada nel breve ma allontanano la vetta.

Soprattutto chi in azienda ha ruoli di leadership e responsabilità formative/educative, e vale anche per gli insegnanti e per i genitori, deve comunicare il concetto che in un sistema ultra-competitivo come quello attuale, senza pazienza e fatica i risultati non arriveranno mai e che la preparazione, la competenza non sono e saranno mai merci da comprare in saldo al mercato. Neanche quello digitale.

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