Università /1

Valutare gli atenei con regole più semplici e meno adempimenti

di Antonio Uricchio

3' di lettura

Qualità, merito, efficienza, valutazione sono espressioni ricorrenti e talora abusate soprattutto quando riferite per orientare e ispirare politiche pubbliche. Eppure, soprattutto in ambito accademico, permangono resistenze e una qualche diffidenza, sia nei confronti dei modelli preordinati a dare a essi concreta attuazione , sia nei confronti dell’istituzione pubblica investita di specifiche competenze in materia: l’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca, o Anvur. Invero, chi frequenta le comunità scientifiche internazionali constata facilmente che i criteri valutativi adottati sono in larga parte comuni e soprattutto sono protesi a promuovere merito e qualità in modo diffuso.

In particolare, a livello continentali, sono stati da tempo adottati le cosiddette European standard guidelines per l’accreditamento delle istituzioni accademiche e dell’alta formazione artistica e musicale oltre che dei corsi di laurea e dottorati . Le 56 agenzie affiliate a Enqa (European association for quality assurance in higher education) condividono, pertanto, criteri ed esperienze valutative, attraverso confronti continui, anche sotto la spinta di emergenze (come quella Covid) o di nuovi obiettivi espressi dalle istituzioni europee (Nex generation Europe). Anche la valutazione della ricerca (in Italia Vqr) riflette esperienze consolidate a livello internazionale, riguardando i lavori scientifici “migliori” selezionati dalle istituzioni a cui appartengono i ricercatori in un determinato arco temporale (da ultimo 2015/2019). I criteri valutativi sono originalità, da intendersi come nuovo modo di pensare e/o interpretare in relazione all’oggetto scientifico della ricerca rispetto agli approcci precedenti sullo stesso oggetto; rigore metodologico, da intendersi come il livello al quale il prodotto presenta in modo chiaro gli obiettivi della ricerca e lo stato dell’arte nella letteratura; impatto, da intendersi come il livello al quale il prodotto esercita, o è presumibile che eserciterà, un’influenza sulla comunità scientifica internazionale o, per le discipline in cui è appropriato, su quella nazionale. In questo contesto la valutazione della ricerca, al pari di qualsiasi altra prassi valutativa, ha una funzione centrale nei sistemi pubblici: sostenere anche dal punto di vista finanziario le scelte di investimento pubblico a livello nazionale (quota premiale del Fondo di funzionamento del sistema universitario), valorizzando e rendendo trasparenti i risultati raggiunti.

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In questo contesto, l’attività di Anvur non può essere considerata un esercizio censorio o punitivo, né tantomeno una sterile pratica di attribuzione di punteggi in vista di ranking e classifiche, ma è una vera e propria opportunità per l’intero Paese in quanto funzionale a una rilettura di processi in grado di generare conoscenza, cambiamenti virtuosi e rendimenti sociali. La profonda convinzione che valutare non significa esercitare un controllo fiscale ma valorizzare, secondo la logica euristica, l’eccellenza, il merito e i tratti identitari di ogni ente coinvolto, partecipandoli a chiunque ne sia interessato, induce a privilegiare la logica del servizio rispetto a quella del potere, promuovendo approcci metodologici plurali, basati su meccanismi di consultazione diffusi e orientati a rafforzare la fiducia nelle istituzioni accademiche, troppo spesso tacciate di autoreferenzialità. Tale obiettivo viene perseguito attraverso il confronto con le comunità scientifiche e soprattutto coinvolgendo e formando un numero elevatissimo di esperti valutatori, potenziandone la partecipazione ai processi valutativi. Va poi richiamato un elemento importantissimo di democratizzazione, ribadito nel programma Anvur 2021-2023, ovvero la messa a disposizione dell’archivio completo dei prodotti valutati, fornendo altresì indicazioni utili alla politica di open access .

Altro fondamentale obiettivo è quello di ridurre al minimo la quantità di adempimenti delle istituzioni valutate, utilizzando tutte le informazioni già disponibili anche al fine di salvaguardare la verifica dei processi interni che di per sé consentono alle istituzioni di governare meglio le proprie attività. La semplificazione, concepita non come fine, ma come mezzo per meglio perseguire l’interesse pubblico sotteso ai propri compiti istituzionali, consente di migliorare l’efficienza e il buon andamento di qualunque pubblica amministrazione. In questa prospettiva la semplificazione del sistema di regole e di procedimenti che governano il funzionamento della valutazione appare una necessità imprescindibile non solo per coloro che ne sono direttamente coinvolti e che spesso soffrono gli adempimenti richiesti, ma per tutto il sistema, soprattutto se coniugata alle nuove tecnologie digitali.

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