l’autobiografia

Van Basten, il campione fragile si mette a nudo

Il racconto dell’indimenticabile attaccante del Milan e della nazionale olandese costretto ad abbandonare il calcio a soli 28 anni per un travagliato infortunio alla caviglia

di Dario Ceccarelli

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Il racconto dell’indimenticabile attaccante del Milan e della nazionale olandese costretto ad abbandonare il calcio a soli 28 anni per un travagliato infortunio alla caviglia


4' di lettura

Sono sempre da prendere con le pinze le autobiografie delle star dello sport. Soprattutto quando sono firmate de celebrità che hanno un grande passato, ma non hanno più un grande presente.

Meglio non leggerle. Soprattutto quelle degli ex calciatori. Si perde tempo e denaro. Scritte e pensate per compiacere i loro insaziabili fan, e per averne un ritorno commerciale, quasi sempre nulla aggiungono a quanto si era già detto e scritto. Magari qualche dettaglio, qualche bella foto, qualche coincidenza statistica che si era dimenticata. Ma sostanza, poca. A parte qualche eccezione (“Open”del tennista Andre Agasssi per esempio), queste “memorie”vanno bene come regali di Natale e di compleanno. Da mettere nello scaffale di una libreria più pensata come elemento d’arredo che per il gusto della lettura.

Ma ogni tanto, come una fessura di luce, esce qualcosa che ti sorprende. Che va fuori della routine, che apre un nuovo squarcio sulla storia del protagonista, e anche dello sport che ha praticato, facendoti capire tante che cose che spesso si danno per scontate.

A questo proposito, veramente fuori dal comune è l'autobiografia di Marco Van Basten (“Fragile. La mia storia”, Mondadori, 20 euro), l'indimenticabile attaccante del Milan e della nazionale olandese costretto ad abbandonare il calcio a soli 28 anni per un travagliato infortunio alla caviglia. Un addio struggente, quello del Cigno di Utrecht, che lasciò senza fiato tutti i suoi tifosi perché Van Basten era all’apice della sua carriera di centravanti: un vero “mito”(qualche volta questa parola ha ancora un senso) che non solo aveva vinto quasi tutto ma era anche il simbolo dell’eleganza stilistica, di un certo modo di stare in campo e far gol che non ha più trovato eredi.

Certo ci sono poi stati campioni come Ibrahimovic, Ronaldo, Messi. Altri cannonieri, altri talenti che hanno riempito le cronache sportive. Ma Van Basten è stato un’altra cosa, e quel suo addio prematuro, quel suo essere “fragile” ma anche irresistibile fuoriclasse gli hanno aggiunto quell’aura del rimpianto che spetta solo ai grandissimi dello sport.

Ma in questo libro, al di là dei ricordi incancellabili, del suo rapporto con il maestro Johan Cruijff, ci sono anche pagine di una crudezza incredibile che mai ti saresti aspettato da un giocatore arrivato al vertice del calcio. Giudizi secchi come frustate. Luoghi comuni presi a schiaffi. Parole dure, urticanti, che fanno male e bene allo stesso tempo. Che raccontano il calcio nella sua nuda e cruda semplicità. Senza finzioni. Ascoltiamolo.

“Si dicono tante cose sulla tattica, sugli schemi, sul sacrificio, sull’importanza di essere utile agli altri. Quasi tutte chiacchiere. Nel calcio l’unica cosa che conta è fare gol. Ci siamo passati tutti, se vuoi essere il numero uno, devi concentrarti sul gol, solo sul gol. Devi diventare una macchina”.

Marco smitizza tutto anche se stesso. “ Tutti mi ricordano quel gol al volo contro la Russia con la nazionale olandese. Dicono che sia il gol più bello… La verità? L’ho fatto così perchè mi faceva male la caviglia. Altrimenti non l’avrei tirato a quel modo...”

E ancora a proposito degli allenatori e del suo difficile rapporto con Arrigo Sacchi: “Lui non ha inventato nulla. Il modulo che usava al Milan non era né offensivo né rivoluzionario. A farlo vincere così tanto è sempre stata la difesa alla quale lui si applicava molto. Quando non era contento di come ci allenavamo, se la prendeva sempre coi più deboli, coi giovani. I giocatori sono più importanti degli allenatori. Con Sacchi mi dispiace, però, di una cosa: una volta negli spogliatoi gli dissi che vincevamo nonostante lui, non grazie a lui. Rimase ferito, senza parole, uno sfregio gratuito del quale mi dispiaccio ancora adesso. Mi spiace perchè Sacchi lo ricordo con affetto, in fondo avevamo entrambi la stessa ossessione: il calcio.”

Van Basten è sincero fino all’autolesionismo, soprattutto quando parla della sua depressione dopo la seconda operazione alla caviglia. E descrive così il suo ritiro ufficiale nel 1995 in una triste sera d’estate a San Siro: “D’un tratto lo sento chiarissimo, prendo coscienza. Sotto gli occhi degli ottantamila sono testimone del mio addio. Marco Van Basten, il calciatore, non esiste più. Stai guardando uno che non è più. Un fantasma. Corro e batto le mani, ma già non ci sono più. Oggi sono morto come calciatore. Sono qui ospite al mio funerale”.

Tagliente com una lama, come il bisturi dei medici che hanno reciso la sua carriera. “Prima di Natale sono finito sotto i ferri del dottor Marti, quattro ore dopo il mio mondo sarebbe cambiato per sempre. Non avrei più toccato un pallone in modo decente, non avrei mai più fatto uno stop perfetto”.

Un calvario lungo tre anni: “Ho fatto di tutto per tornare. Veramente di tutto. Molto oltre la soglia del dolore. Andavo in bagno a carponi. Tutto inutile. Ero già contento di entrare dal fornaio senza zoppicare”.

Non fa sconti a nessuno, Van Basten. Soprattutto ai grandi dottori che lo hanno curato. Presuntuosi, freddi, mai sfiorati dal dubbio. “Sono stato dappertutto, medici, fisioterapisti, agopuntori, chi più ne ha più ne metta. Ma nessuno ha saputo alleviare il dolore. Tutti hanno cercato di aiutarmi, con tanta buona volontà. Tranne due chirurghi che si credevano un po' troppo importanti. E giocavano a fare Dio”.

Ma anche con la stampa sportiva e i media italiani l’olandese va giù pesante. “Una volta, dopo una partita con la Fiorentina, dissi ai giornalisti che l’avevamo interpretata in modo sbagliato. Ne venne fuori uno scandalo dove l’unico l’imputato ero io. Così ho deciso di parlare il meno possibile. In Italia si scrive troppo, si prende una sciocchezza e la si monta all’inverosimile. Fare una discussione seria, entrare nel merito di un problema tecnico, che magari sarebbe veramente interessante non si può. È tutta chiacchiera…”

Infine, ormai rassegnato, l’uscita dal tunnel della sua battaglia esistenziale. Il ritornare normale dopo essere stato eccezionale. “Tutti i miei sogni, dopo l’uscita dal calcio, erano svaniti. Per sette anni sono sparito dai radar. Soltanto di recente provo una pace maggiore. Per la prima volta penso di vere qualcosa di interessante da rivelar agli altri… Sarà la maturità, sarà la pace dopo aver smesso di giocare a calcio. Non lo so. Ma ho la sensazione che questa sia la volta buona per raccontare la mia storia. Non risparmierò nessuno. Nè tantomeno me stesso…”.

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