Le ricerche

Coronavirus, variante indiana: ecco cosa sappiamo finora

Mancano allo stato certezze, per la più facile trasmissibilità sotto la lente la doppia mutazione. Possibile minore efficacia dei vaccini in uso

di Nicola Barone

India in ginocchio, la variante ora spaventa l'Europa

3' di lettura

Nessuna ragione di allarme ma solo sorveglianza accorta, nell’attesa di evidenze apprezzabili che ancora mancano intorno alla cosiddetta variante indiana. Nel muoversi in popolazioni ancora largamente suscettibili, non è una sorpresa che il coronavirus si comporti così. Mutando. E anche se mette in allerta molta parte dei Paesi nei quali cominciano ad affiorare sporadicamente dei casi, la comunità scientifica nei confronti della nuova forma rimane ancorata a una linea di prudenza. Sembra che la variante abbia la capacità di passare rapidamente di persona in persona grazie a certi suoi elementi peculiari. I fattori che entrano in gioco sono però numerosi e di non agevole identificazione.

La difficoltà del confronto con l’India

Allo stato non si può dire una parola definitiva su quanto sia più virulenta e cattiva. «Anche perché ragioniamo in base alla situazione dell'India. Un Paese che conta 1,366 miliardi di persone, tra cui tantissime in situazione di indigenza. Connotazioni che rendono difficile confrontare la diffusione e la letalità dell'India con l'Europa» ha spiegato Massimo Galli, professore di Malattie Infettive dell’università Statale di Milano e direttore della clinica malattie infettive dell’Ospedale Sacco. Andando avanti con le ricerche, conclusioni che in precedenza sembravano stabili hanno subìto cambiamenti di prospettiva. «Nella variante inglese ci sono una quantità di mutazioni. La più importante è la N501Y, ed è quella attualmente dominante da noi. Fino a poco tempo fa abbiamo sostenuto che non fosse più cattiva della precedente, ma solo più diffusiva. Adesso invece uno studio recente ha dimostrato un alto eccesso di mortalità. Ha una capacità di trasmissione dal 30 al 50% in più, coinvolge anche i bambini e i ragazzi. È più grave e mortale, soprattutto sugli anziani».

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La doppia mutazione osservata

Un passo indietro, perché l’emersione della variante indiana (B.1.671) non è cosa degli ultimi giorni. La prima segnalazione risale allo scorso ottobre nello Stato di Maharashtra, parte centro-occidentale del Paese. Come caratteristica ha una duplice mutazione della proteina Spike distintiva del Sars-CoV-2 su cui ora sono concentrati i ricercatori. Massimo Ciccozzi, ordinario di statistica medica ed epidemiologia molecolare all’Università Campus Bio-Medico di Roma, ipotizza «che le due mutazioni lavorino “in coppia” ed una renda più forte l'altra», di qui la maggiore trasmissibilità. In parole povere la mutazione L452R si comporterebbe come un interruttore «che accende la seconda mutazione E484Q. Quest’ultima ha acquisito un nuovo aminoacido Q che le permette di entrare meglio nelle cellule “fondendo” le membrane».

L’efficacia dei vaccini in uso

Dai dati iniziali si sospetta una lieve minore efficacia dei vaccini disponibili su questa variante. In base al fatto che sembra «diminuire leggermente la risposta degli anticorpi neutralizzanti stimolati dalla vaccinazione, ma non dei linfociti T. È comunque una buona notizia - commenta Ciccozzi - perchè indicherebbe una certa efficacia dei vaccini in uso». Per Galli è «probabile che le varianti brasiliana, sudafricana e nigeriana siano meno responsive agli anticorpi evocati dai vaccini disponibili e che sfuggano alla maggioranza degli anticorpi monoclonali disponibili in commercio». Una possibilità che risulti ridotta leggermente l’efficacia dei vaccini esiste per Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova. «Anche nei confronti della variante sudafricana i vaccini comunque sembrano conferire protezione, seppur con una efficacia minore, quindi l’unica cosa da fare è continuare a contenere e vaccinare».

Non confermati i casi in Italia

Ancora in fase di valutazione e dunque non confermati sono i due presunti casi veneziani di variante indiana. «Abbiamo trovato una mutazione sicura ma le altre non sono state caratterizzate, siamo in attesa dell'esito completo. Il link epidemiologico è comunque non europeo e sono casi di importazione da un Paese estero», riferisce la direttrice dell'Istituto Zooprofilattico delle Venezie Antonia Ricci. Come chiarito dal direttore sanitario dell’Inmi Spallanzani di Roma Francesco Vaia, i tamponi finora fatti sulla comunità Sikh della provincia di Latina sono tutti negativi. «Stiamo continuando nella sorveglianza attiva e con gli esami ma al momento zero casi variante indiana».

L’arma del sequenziamento

Se adottate in tempo le restrizioni possono riuscire a fare da argine. «È fondamentale potenziare il monitoraggio ed il sequenziamento dei genomi dei casi positivi, in una percentuale di almeno il 10%, per rilevare tempestivamente la presenza di questa e altre varianti» suggerisce Ciccozzi. Serve insomma andare molto a più a fondo. «La circostanza che in Italia non siano stati al momento rilevati molti casi di variante indiana può essere dovuta anche a un minor flusso di contatti e viaggi dall'India, ma la questione rende evidente la necessità che la vaccinazione anti Covid sia estesa a tutti i Paesi». Se infatti a vaccinarsi sono solo i Paesi occidentali il problema non verrà risolto e saremo sempre allo stesso punto, perchè dall'estero arriveranno nuove varianti contro le quali i nostri vaccini non sono ancora tarati».

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