la visita a roma

Vaticano, ecco perché il Papa non riceve Pompeo. È gelo con gli Usa di Trump

L’udienza del Papa al Segretario di Stato americano in realtà non è stata mai prevista. Ma l’attacco di Washington all’accordo tra Roma e Cina ha fatto pensare ad una ritorsione. In agenda l’incontro con il “primo ministro” Parolin.

di Carlo Marroni

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(AFP)

L’udienza del Papa al Segretario di Stato americano in realtà non è stata mai prevista. Ma l’attacco di Washington all’accordo tra Roma e Cina ha fatto pensare ad una ritorsione. In agenda l’incontro con il “primo ministro” Parolin.


3' di lettura

Di crisi diplomatiche – vere o presunte – tra Vaticano e Usa ce ne sono state diverse. Ma di certo quella di queste ore non lo è. Nell'agenda della visita in Italia del 29 e 30 settembre del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, non c'è mai stata l'udienza di Papa Francesco. Quindi nessuna cancellazione. Quello che ha spiegato la diplomazia pontificia è la prassi consolidata: il Papa non riceve mai autorità politiche durante le campagne elettorali dei Paesi di appartenenza. Non solo. Pompeo è un ministro degli esteri, e quindi il colloquio dovrebbe essere con l'omologo, monsignor Paul Gallagher, ma invece incontrerà anche il “primo ministro”, Pietro Parolin.

Quindi tutto regolare. Il 30 settembre Pompeo terrà un discorso all'ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede – retta dall'ambasciatrice Callista Gingrich, moglie dell'ex leader degli ultraconservatori repubblicani Newt Gingrich, ancora influente e onnipresente a Roma nelle cerimonie pubbliche - in occasione di un simposio sull'avanzamento e la difesa della libertà religiosa attraverso la diplomazia.

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L'attacco di Pompeo sull'accordo Vaticano-Cina

Nei giorni scorsi è circolata un'interpretazione, secondo cui Francesco avrebbe cancellato l'appuntamento dopo una presa di posizione di Pompeo – per conto del presidente Trump – contro il rinnovo dell'accordo tra Vaticano e Cina raggiunto dopo infinite trattative nel 2018 sulla nomina dei vescovi. L'intesa aveva due anni di “prova”, che scadono il 22 ottobre (era entrata in vigore un mese dopo la firma), e sta aumentando il pressing americano. Pompeo pochi giorni fa in un tweet aveva scritto: «Due anni fa, la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi. Ma l'abuso del Pcc sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe a rischio la sua autorità morale, se rinnovasse l'accordo». Il tweet del capo della diplomazia Usa rilancia un suo saggio scritto per First Things, nota rivista conservatrice americana. Insomma Pompeo – per conto di Trump - contesta l'accordo e dice perché a suo avviso la Santa Sede dovrebbe rinunciarvi. «Se il Partito comunista cinese riuscirà a mettere sull'attenti la Chiesa cattolica e altre comunità religiose, i regimi che disdegnano i diritti umani saranno rafforzati, e il costo della resistenza alle tirannie si alzerà per tutti i coraggiosi fedeli che onorano Dio al di sopra dell'autocrate di turno».

La lunga strada dell’accordo con la Cina per la nomina dei vescovi

La questione è parte di un disegno globale dell'amministrazione repubblicana di irrigidimento progressivo dei rapporti con la Cina, e quindi l'intesa con il Vaticano del 2018 è stata vista male sin dall'inizio, osteggiata in ogni modo dagli ambienti conservatori della Chiesa, saldati con la parte della chiesa orientale contraria ad ogni mediazione con il regime. Certo, i cattolici in Cina – 15 milioni – per decenni sono stati perseguitati e i preti e i vescovi incarcerati, ma le cose sono via via migliorate dal 2007, dopo il documento ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (ma scritto dall'allora monsignor Piero Parolin, dal 2013 cardinale Segretario di Stato vaticano). La Cina è stato l'obiettivo fisso di Bergoglio dalla sua elezione, e segnali progressivi di scongelamento dei rapporti hanno portato all'accordo.

Gli scontri Santa Sede-Usa e la prospettiva delle prossime elezioni

Di scontri veri tra Usa e Vaticano ce ne sono stati parecchi, si diceva, per motivi e scenari diversi. Giovanni Paolo II fu il Papa che avviò le relazioni diplomatiche ufficiali ai tempi di Ronald Reagan, e saldò l'azione “pastorale” con quella politica americana in chiave antisovietica. Una santa alleanza che funzionò, e lo si vide nell'enciclica Centesimus Annus, il punto di massima vicinanza con le dottrine conservatrici americane. Poi la “rottura” anni dopo per la guerra in Irak, la riappacificazione con Ratzinger e i rapporti difficili tra Obama e gli ultraconservatori vescovi Usa, fino all'elezione di Bergoglio, da subito visto male. Ora a soffiare sul fuoco contro Francesco ci si mette anche l'ex nunzio a Washington Carlo Viganò, che dalle sue residenze segrete quotidianamente sparla contro il Papa dopo averlo incredibilmente accusato di aver “coperto” il cardinale molestatore Mc Carrick e in America trova pure ascolto nei soliti ambienti. Insomma, l'offensiva americana arriva in un contesto molto complicato, su cui spicca l'ormai imminente voto per le presidenziali: Trump, oggettivamente distante anni luce da ogni possibile valore cattolico, si contrappone al cattolico Joe Biden, accusato dall'estrema destra di pro-choice in tema di aborto. Anche al Papa questo non piace, ma forse lo considera comunque preferibile a Trump. Ma non lo dirà mai.

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