Finanze vaticane

Vaticano: il maxi-processo sullo scandalo finanziario rischia l'azzeramento.

Il 6 ottobre la decisione del presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. Le polemiche sulle notizie uscite sui giornali

di Carlo Marroni

Vaticano, fondi Segreteria di Stato: l'immobile di Londra al centro del processo

3' di lettura

Domani 6 ottobre la decisione del presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone.
Il maxiprocesso in Vaticano per lo scandalo sui reati finanziari - che dal 2019 si è abbattuto come una tempesta perfetta sul Vaticano e ha fatto saltare molte teste – rischia di essere annullato. Il procedimento che vede dieci imputati, tra cui il cardinale Angelo Becciu, nella seconda udienza (la prima il 27 luglio) ha preso una piega davvero singolare: il promotore di giustizia – il pm - chiede la restituzione di tutti gli atti, il che comporterebbe ripartire da zero anche con gli interrogatori. Insomma l'azzeramento del processo. Il presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma, deciderà domani mattina se andare avanti o riportare tutto al via.

Difese chiedono video interrogatorio di mons. Perlasca

Diversa la posizione delle difese degli imputati che chiedono invece che il promotore metta a disposizione un interrogatorio chiave, considerata senza dubbio la prova regina, a monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell'Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato fino al 2019, che non è stato visto da nessuno di loro. Agli atti al momento c'è solo un verbale, in cui mancano molte parti di testimonianza e tutte le domande. Se si dovesse ripartire da zero, l'interpretazione è che forse l'interrogatorio andrebbe perso e al momento Perlasca non è più imputato, ma è persona informata dei fatti (in Italia questa posizione è molto peggio che essere sotto procedimento, perchè in totale assenza di garanzie, ma Oltretevere c'è un altro codice penale).

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Processo nato da buco finanziario su palazzo Sloane Avenue

Il processo originato dall’acquisto da parte della Santa Sede del palazzo di Sloane Avenue a Londra nel 2014 – operazione costata alle casse del Papa 350 milioni, di cui almeno 100 considerati persi, immobile tuttora nelle proprietà vaticane - rischia così di fermarsi ancora prima di incominciare. Nel suo intervento a inizio udienza - durata in tutto due ore e 10 minuti, presenti tra i dieci imputati i soli card. Angelo Becciu e mons. Mauro Carlino - il pg aggiunto Diddi (il titolare Gian Piero Milano era assente) ha ammesso che «è un dovere venire incontro alle esigenze difensive sul corretto interrogatorio dell’imputato davanti a questo ufficio. Noi interpretiamo le norme del Codice di procedura penale non come un modo di imbrigliare le prerogative della difesa, ma anzi come un momento di tutela di tali diritti, e vogliamo dare testimonianza che non vogliamo calpestarli. E la possibilità, ora, di rendere un interrogatorio conoscendo gli atti delle indagini è un aspetto che non si deve negare agli imputati».

L’accusa: «Attacchi violenti. Sentenza non è già scritta»

Il promotore di giustizia aggiunto, rifacendosi a recenti articoli di giornale, ha detto che «sono stati rivolti attacchi molto violenti a questo ufficio e a questo Tribunale. Secondo alcuni esiste una sentenza di condanna già scritta. Esprimiamo anche nei confronti del Tribunale il nostro disagio: si tratta di forzature per condizionare la terzietà del Tribunale». Il rappresentante dell’accusa ha ricordato anche che «c’è chi parla addirittura di prove false. Noi non abbiamo capito quali sarebbero. Il processo sta crescendo con una montatura di polemiche fuori dalle righe - ha continuato -. Diteci quali sarebbero queste prove false: eventualmente vorremmo indagare anche su questo. Pensare che in questo processo ci siano prove false è una cosa che non ci possiamo permettere». Su questi aspetti anche il presidente Pignatone ha detto la sua, sottolineando che «tutto quello che viene citato a livello giornalistico per noi è totalmente irrilevante. Conta solo quello che è agli atti del processo, soprattutto quando riusciremo ad averli nella loro completezza. Da parte del Tribunale c’è la massima serenità».

Santa Sede d’accordo nel rinvio degli atti all’accusa

Alla richiesta di rinvio all’accusa degli atti del processo si sono associate le parti civili - Segreteria di Stato, Apsa e Ior -, rimettendosi comunque alla decisione del Tribunale. Essa è stata invece definita «irricevibile» dalle difese degli imputati, che hanno insistito a vario titolo sulle loro richieste di nullità del decreto di citazione a giudizio (un altro modo di ’azzerare’ il procedimento), contestando sia il mancato interrogatorio degli imputati, sia la ’denegata giustizia’ per l’impossibilità della difesa di esercitare i propri diritti, sia, soprattutto, il mancato deposito degli atti, in particolare le registrazioni audio e video dell’interrogatorio del testimone-chiave mons. Alberto Perlasca, ancora oggi mancanti e non disponibili alla difesa, nonostante l’ordinanza sul loro deposito emanata dal Tribunale nella precedente udienza del 27 luglio scorso. L’avv. Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, ha contestato i motivi di “riservatezza” riguardanti il mancato deposito del video-interrogatorio di Perlasca: «Le registrazioni dovevano essere depositate nella Cancelleria del Tribunale, non consegnate al Tg1 o ai giornali”».

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