Cassazione

Vaticano, il Tribunale del riesame verifichi le memorie difensive su Torzi

Nelle motivazioni di annullamento della misura cautelare per il broker la Suprema corte considera comunque utilizzabili gli atti acquisiti nel processo Vaticano: non è un sistema obsoleto, nessuna violazione del diritto di difesa

di Patrizia Maciocchi

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Il Tribunale del Riesame dovrà verificare se la mancata trasmissione delle memorie difensive - che contenevano anche i documenti e i verbali delle dichiarazioni rese da Gianluigi Torzi - prodotte nel processo Vaticano e trasmesse all’autorità giudiziaria italiana in seguito ad una rogatoria, può avere un peso decisivo sulla valutazione del fumus del reato di autoriciclaggio. Un significato tale da rendere necessaria una piana valutazione da parte del Giudice delle indagini preliminari.

Atti difensivi non valutati

Queste le motivazioni della terza sezione penale della Cassazione (sentenza 1396) con le quali il 12 ottobre scorso la Suprema corte ha disposto l’annullamento con rinvio dopo il ricorso contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Roma che aveva confermato la misura cautelare emessa a carico del broker - uno dei dieci soggetti sotto processo in Vaticano per la gestione del patrimonio della Segreteria di Stato - dal gip romano per le ipotesi di autoriciclaggio dei soldi ottenuti dal Vaticano per l’acquisizione della proprietà del palazzo di Londra.

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La Suprema corte ha dunque annullato l’ordinanza rinviando di nuovo la questione al tribunale della Libertà per procedere alle verifiche «al fine di stabilire le conseguenze della mancata trasmissione al gip della documentazione difensiva acquisita a seguito dell'assistenza giudiziaria ricevuta dallo Stato Vaticano».

Atti del Vaticano utilizzabili

Nelle stesse motivazioni la Suprema corte respinge invece la tesi della difesa secondo la quale sarebbero inutilizzabili gli atti acquisiti da parte dell’autorità giudiziaria vaticana. E questo perchè il sistema processuale è considerato «obsoleto e privo di garanzie difensive». La Corte di cassazione, pur precisando che non spetta ai giudici italiani dare una valutazione, in via generale, sul sistema giuridico di un altro stato in sede di cooperazione giudiziaria dove la valutazione è limitata agli atti specifici assunti, nega che siano state dimostrate violazioni del diritto di difesa nel processo in Vaticano.

La Cooperazione giudiziaria dello Stato città del Vaticano

Gli ermellini precisano poi che non è vero, come sostenuto nel ricorso, che lo Stato città del Vaticano, non ha aderito al alcuna convenzione internazionale in materia di cooperazione giudiziaria. «Valga per tutti - si legge nella sentenza - la ratifica del 25 gennaio 2012 della Convenzione delle Nazioni unite contro il crimine organizzato transnazionale...». Una convenzione che rappresenta al strumento base di cooperazione giudiziaria tra i Paesi aderenti in tema di criminalità organizzata «e prevede modalità di assistenza giudiziaria nel caso in cui i mezzi di prova pertinenti i reati di criminalità organizzata previsti dalla convenzione, tra i quali risulta incluso il riciclaggio possano essere forniti da una altro Stato».

L’istituzione dell’Authority di informazione finanziaria

I giudici di legittimità ricordano anche che, in linea con l’impegno previsto dalla Convenzione monetaria del 2009 tra Unione europea e Stato Città del Vaticano e l’inserimento del Vaticano all’interno del sistema finanziario internazionale, sono state emanate nell’ordinamento vaticano una serie di leggi in materia monetaria, sulla frode e contraffazione dell’euro e in tema di lotta al riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Ad avviso dei giudici il sistema delle relazioni internazionali dello Stato Città del Vaticano è fortemente cambiato anche in seguito all’istituzione dell’Autorità di Informazione finanziaria a scopo antiriciclaggio e della stipula della Convenzione tra Italia e Santa sede in materia fiscale del 2015. Un’iniziativa nella quale si dà atto della consapevolezza che le dinamiche di contrasto nel campo delle attività finanziarie, legate a fenomeni di elusione o di evasione fiscale possono essere realizzate «esclusivamente attraverso un efficiente scambio di informazioni nell’ambito della cooperazione amministrativa tra Stati».

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