Persone

Veca, voce filosofica e stella intellettuale della Milano migliore

di Sebastiano Maffettone

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Si contano sulle dita di una sola mano le persone che nella vita hanno avuto su di ognuno di noi un’influenza indelebile. Una di questa è stata per me Salvatore Veca, che si è spento ieri a 77 anni circondato dall’affetto di sua moglie Nica, dei figli e dei nipoti. Veca è stato, per me, non solo un grande filosofo –che è la parte della sua esistenza conosciuta pubblicamente –, non solo un caro amico, ma qualcosa di più e di diverso. Intendo dire una di quelle persone che ti aiutano a capire perché fai quello che fai e in ultima analisi a rendere conto a te stesso della tua identità.

L’ultima volta l’ho sentito al telefono una decina di giorni fa. Il 29 settembre sarei passato per Milano, e – riprendendo un’abitudine vecchia – volevo fargli visita e parlare un po’ dei nostri idiosincratici interessi culturali. Mi disse che non poteva, e dalle incrinature della voce, sapendo del male che lo affliggeva, capii che c’era qualcosa che non andava.

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La prima volta che gli avevo parlato era stato intorno alla metà degli anni 70 a Milano, in un glorioso caffè di piazza della Repubblica. Mi aveva portato da lui Marco Mondadori, un altro filosofo che non c’è più, con cui abitavo allora in un cottage di Oxford. In Inghilterra, avevamo da poco letto A Theory of Justice di John Rawls. Marco e io fummo subito entusiasti del libro. E percepimmo che era destinato in qualche modo a cambiare la cultura politica dell’Occidente. Proprio per questo, non era un libro che si doveva solo tradurre e pubblicare (cosa già non facile di per sé, perché era lungo). Era un libro che doveva diventare “italiano”. Marco disse, arrivati a questo punto, che l’unica persona in Italia capace di dirigere una simile “operazione culturale” (come si diceva allora) era Salvatore Veca. Salvatore era già un public intellectual di fama, appena diventato direttore della Fondazione Feltrinelli, una star dei circoli intellettuali di quel tempo. Marco era professore, allievo di Geymonat e rampollo di una famosa famiglia. Io ero molto volenteroso e conoscevo il Rawls della Teoria. Bene, dopo cinque minuti, non ci fu nessun problema. Salvatore aveva già letto, capito più di noi e aveva elaborato un progetto in proposito. Mi mostrò, in quella come in tante altre occasioni della vita, il volto di una Milano che ho amato, dove sono andato a vivere al ritorno dall’Inghilterra anche perché c’era lui, una Milano colta e intelligente, sofisticata e aperta.

La Fondazione Feltrinelli, guidata da Salvatore, divenne il centro dei nostri interessi culturali incentrati sulla filosofia della scienza e la filosofia politica. Un gruppo di giovani filosofi e filosofe vi si riuniva periodicamente, tra cui – oltre Marco e Salvatore – c’erano Giulio Giorello, Elisabetta Galeotti, Antonella Besussi, Tito Magri, Francesca Rigotti, Cristina Bicchieri. L’obiettivo critico principale del gruppo erano lo storicismo e lo scientismo. Contro il loro positivismo imperniato sul primato dei fatti, si voleva affermare l’importanza della teoria sulla scia di Karl Popper e Rawls. Dopo qualche tempo, alla Fondazione Feltrinelli si aggiunse Politeia – fondata da Paolo Martelli, Elena Granaglia e chi scrive – che, muovendo dalla stessa base filosofica, aveva obiettivi più applicati. Per Veca, la nostra filosofia era anche l’avanguardia di un cambiamento politico che guardava a una sinistra non più massimalista ma “migliorista”, come disse lui con felice espressione, auspicando una sorta di Bad Godesberg intellettuale.

Salvatore è sempre stato scrittore prolifico, capace di un lessico sobrio, elegante e efficace. Ci vorrebbero tempi assai lunghi per orizzontarsi nella sua bibliografia e in genere per parlare della sua filosofia. Dirò solo che il suo libro da me preferito è stato Dell’incertezza, che – a mio modesto parere – è un grande libro filosofico non sufficientemente apprezzato. Le tre meditazioni su linguaggio, giustizia e identità che ne fanno parte costituiscono davvero una summa di straordinario valore. Ma forse dico questo anche perché di fronte alla morte di una persona cara e – diciamocelo – al cospetto della complessità dell’esistenza tutta che in questi momenti ci si rivela, l’incertezza è l’essenza. Quell’incertezza che Salvatore, quando ero giovane e indeciso a tutto, mi aiutò a superare, rassicurandomi alla sua maniera così piena di rigore filosofico e charme personale.

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