Italia

Vecchi vizi dietro il vento del cambiamento

di Pietro Reichlin

3' di lettura

L’immagine di Di Maio che si affaccia al balcone di Palazzo Chigi per annunciare ai militanti la “conquista” di un extra deficit di 0,8 punti percentuali di Pil (dall’1,6 al 2,4%) resterà nella storia del populismo. Il paradosso è che questa “conquista” scarica sugli italiani circa 6 miliardi di tasse aggiuntive o di minori spese rispetto a uno scenario alternativo in cui Tria teneva il deficit all’1,6% e il governo rinunciava ai piani di “rilancio” dell’economia italiana. Il conto è questo. Se aggiustiamo il deficit programmato per il 2019 (0,8%) per la minore crescita, le spese indifferibili, l’aumento dello spread e il disinnesco dell’Iva, il deficit del 2019, senza alcuna misura aggiuntiva, sale a 2,1%. Dunque, se il governo avesse mantenuto il disavanzo all’1,6% (come proposto da Tria e con il probabile beneplacito della Commissione Europea), avrebbe dovuto cercare coperture pari allo 0,5% del Pil, ovvero 9 miliardi di euro. Di Maio e Salvini, invece, strappano un disavanzo del 2,4%, cioè un margine di ulteriori spese non coperte pari a 0,3% di Pil, ovvero 5,4 miliardi, rispetto allo status quo. Ma il “governo del cambiamento” non sarebbe tale se non potesse varare il promesso programma del valore di almeno 24,5 miliardi. Le cifre non le conosciamo ancora, ma sono stati annunciati 6 miliardi per le pensioni, 10 per il reddito di cittadinanza, 2 per il regime forfettario per le partite Iva, 1,5 per i “truffati” dalle banche, circa 5 per gli investimenti pubblici (parola di Tria). Si noti che le spese produttive (investimenti) sarebbero solo il 20% della manovra, il resto è composto da trasferimenti e riduzioni di imposte. La differenza tra 24,5 miliardi di nuove spese e 5,4 di extra-deficit fa 19 miliardi. Secondo le stime più accreditate, la “pace fiscale” potrebbe portare nelle casse dello Stato tra i 6,5 e gli 8 miliardi in due anni, cioè, per essere ottimisti, 4 miliardi nel 2019 e nel 2020. Anche questi sono soldi chiesti agli italiani, ma forse possiamo eliminarli perché soldi “dovuti”, anche se in gran parte condonati. Allora possiamo dire che la conquista dell’extra-deficit di Di Maio e Salvini, accoppiata al “contratto di governo”, dovrebbe costare agli italiani circa 15 miliardi solo nel 2019. Poiché senza il “contratto” e senza l’extra-gettito strappato a Tria avremmo dovuto cercare 9 miliardi, il costo netto del governo del cambiamento è pari a 6 miliardi, tra nuove imposte e risparmi di spesa. Ma questa è solo una valutazione ottimistica, perché non tiene conto degli effetti indiretti sull’economia nazionale del conflitto con la Commissione Europea e della fuga degli investitori dal nostro Paese.

Come è possibile che questa prospettiva possa provocare un aumento del Pil? Naturalmente, si può sostenere che il programma del governo avrà effetti miracolosi e che le nuove spese si ripagheranno “da sole” con la crescita. Ma ciò è molto improbabile, sia perché gli effetti delle nuove spese non sono immediati, sia per la composizione della manovra, sia per l’instabilità finanziaria che essa sta già provocando, cioè la crescita dello spread, la sofferenza del sistema bancario, l’ascesa del costo di servire il debito pubblico e l’incertezza sul modo in cui si potranno finanziare le promesse quando la pace fiscale avrà esaurito il suo gettito. Occorre anche considerare che la delegittimazione del ministro dell’Economia e l’uscita dal percorso di riduzione del debito e dal programma di medio termine concordato con la Commissione aumentano la rischiosità dei nostri titoli di stato e ci possono privare delle garanzie implicite che derivano dall’appartenenza all’Unione monetaria, incluso il sostegno della Bce. Con la fuga degli investitori internazionali dal debito pubblico, ormai per oltre due terzi nelle casse del nostro sistema finanziario, le banche sono costrette a ridurre il credito e l’effetto espansivo delle manovre in disavanzo si riduce, perché ogni euro in più di debito significa meno finanziamenti alle imprese e alle famiglie. Se la nota di aggiornamento potrà realizzare almeno in parte le promesse della Lega e dei 5 Stelle, l’onere di ripagare il nuovo debito sarà spostato sulle prossime generazioni. Da questo punto di vista sono tentato di dire: «Niente di nuovo sul fronte italiano».

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