Imputato l’ex ad consoli

Veneto Banca, 350 milioni di prestiti «baciati». Parte la prima udienza preliminare

di Ivan Cimmarusti

3' di lettura

Parte oggi la prima udienza preliminare per il presunto disastro finanziario di Veneto Banca. «Aggiotaggio» e «ostacolo alla funzione di vigilanza» di Bankitalia e Consob sono le accuse principali di questo procedimento che si annuncia esplosivo e che vede accusati gli ex vertici dell’istituto: l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca, ritenuti tra i responsabili di presunte irregolarità commesse tra il 2012 e il 2014. Avrebbero contribuito a creare un dissesto che sarebbe stato reso più devastante da prestiti concessi ad amici e da «false comunicazioni».

Sotto accusa anche l’ex manager di Banca Intermobiliare
L’indagine è stata istruita dal procuratore aggiunto Rodolfo Sabelli e dai sostituti procuratori di Roma Stefano Pesci e Sabina Calabretta, che hanno coordinato gli investigatori del nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza. All’analisi del giudice per l’udienza preliminare passerà un’attività investigativa compendiata in migliaia di pagine, tra analisi finanziarie e intercettazioni telefoniche che hanno svelato presunti accordi illeciti e di potere. Con Trinca e Consoli risultano imputati anche Stefano Bertolo, responsabile della direzione centrale amministrazione dal 2008 al 2014, Flavio Marcolin, ex responsabile degli affari societari e legali, Pietro D’Aguì, ex manager di Banca Intermobiliare, Gianclaudio Giovannone, titolare della Mava SS, Mosè Fagiani, responsabile commerciale dal 2010 al dicembre 2014, e Massimo Lembro, all’epoca capo della direzione Compliance.

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Pignatone: «Inchiesta nata dalle ispezioni di Bankitalia»
L’indagine - come confermato dallo stesso procuratore capo Giuseppe Pignatone nel corso della sua audizione alla Commissione bicamerale sulle banche, presieduta da Pier Ferdinando Casini - nasce sulla base di segnalazioni mosse dalla vigilanza di Bankitalia. Risulta che sono state due ispezioni del 15 aprile e del 9 agosto 2013 a portare all’attenzione dei pm il dissesto di Veneto Banca, con i 350 milioni di euro di finanziamenti «baciati», garantiti solo a chi aveva sottoscritto contratti Acr e a chi era in una condizione di conflitto di interessi. Pignatone ha avuto modo di illustrare il «giudizio in prevalenza sfavorevole» dei due documenti di Bankitalia, che hanno posto l’accento su «frequenti finanziamenti (...) in favore di esponenti che versano in conflitti di interesse», ma anche e soprattutto verso soggetti che utilizzavano parte di quei finanziamenti per acquistare azioni della banca.

Le false comunicazioni periodiche
Stando all’accusa i dominus delle operazioni ritenute illecite sarebbero stati Consoli e Trinca. Negli atti si legge che «al fine di ostacolare l’esercizio delle funzioni di vigilanza demandate alla Banca d’Italia, comunicavano falsamente nelle comunicazioni periodiche relative all’ultimo trimestre 2012 (trasmessa alla Banca d’Italia in data 15 marzo 2013) e nelle successive fino al 31 dicembre 2013, un ammontare del patrimonio di vigilanza non corrispondente al reale, in particolare omettevano di decurtare il patrimonio di vigilanza per un ammontare non inferiore a 349 milioni di euro correlato al valore di azioni proprie cedute a terzi previo finanziamento concesso allo scopo ed alle perdite sui crediti».

L’aumento del capitale sociale
Gli atti illustrano, inoltre, che gli indagati avrebbero ostacolato «le funzioni di vigilanza» sia di Bankitalia sia di Consob «in sede di richiesta di autorizzazione e di successiva attuazione all'operazione straordinaria di aumento del capitale sociale per un controvalore di 474,276 milioni di euro in ragione sia della indicazione di un ammontare del Pdv superiore a quello effettivo sia del collocamento delle azioni di nuova emissione presso clienti appositamente finanziati dalla banca per un ammontare non inferiore a 37,197 milioni».

L’aggiotaggio
Infine la Procura di Roma ritiene che avrebbe «diffuso nelle comunicazioni periodiche destinate a Banca d’Italia, nei bilanci annuali e nelle informative al pubblico, dati non corrispondenti al vero, con particolare riferimento all’ammontare del patrimonio di vigilanza in relazione alla qualità del portafoglio crediti, alla stima del sovraprezzo delle azioni, nonché al superamento degli stress test imposti dalla vigilanza europea».

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