contestato anche l’aggiotaggio

Veneto Banca, la Procura di Roma chiede il processo per gli ex vertici

di Ivan Cimmarusti

(AP)

2' di lettura

«Aggiotaggio» e «ostacolo alla funzione di vigilanza» della Banca d'Italia e di Consob. Con queste ipotesi la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto il processo per gli ex vertici di Veneto Banca. Un dissesto finanziario che sarebbe stato reso più devastante da prestiti concessi ad amici e da «false comunicazioni periodiche» sull'ammontare «del patrimonio di vigilanza» risultato «non corrispondente al vero».

La richiesta
La richiesta di processo è stata presentata dal procuratore aggiunto di Roma Rodolfo Sabelli e dai pm Sabina Calabretta e Stefano Pesci per l'ex ad Vincenzo Consoli, l'ex presidente Flavio Trinca per le presunte irregolarità commesse tra il 2012 e il 2014. Tra gli indagati figurano anche Stefano Bertolo, responsabile della direzione centrale amministrazione dal 2008 al 2014, Flavio Marcolin, ex responsabile degli affari societari e legali, Pietro D'Aguì, un lungo periodo al vertice di Banca Intermobiliare, Gianclaudio Giovannone, titolare della Mava SS, Mosè Fagiani, responsabile commerciale dal 2010 al dicembre 2014, e Massimo Lembo, all'epoca capo della Direzione Compliance.

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False comunicazioni periodiche
Stando all'accusa i dominus delle operazioni ritenute illecite sarebbero stati Consoli e Trinca. Negli atti si legge che «al fine di ostacolare l'esercizio delle funzioni di vigilanza demandate alla Banca d'Italia, comunicavano falsamente nelle comunicazioni periodiche relative all'ultimo trimestre 2012 (trasmessa alla Banca d'Italia in data 15 marzo 2013) e nelle successive fino al 31 dicembre 2013, un ammontare del patrimonio di vigilanza non corrispondente al reale, in particolare omettevano di decurtare il patrimonio di vigilanza per un ammontare non inferiore a 349 milioni di euro correlato al valore di azioni proprie cedute a terzi previo finanziamento concesso allo scopo ed alle perdite sui crediti».

L'aumento del capitale sociale
Gli atti illustrano, inoltre, che gli indagati avrebbero ostacolato «le funzioni di vigilanza» sia di Bankitalia sia di Consob «in sede di richiesta di autorizzazione e di successiva attuazione all'operazione straordinaria di aumento del capitale sociale per un controvalore di 474,276 milioni di euro in ragione sia della indicazione di un ammontare del Pdv superiore a quello effettivo sia del collocamento delle azioni di nuova emissione presso clienti appositamente finanziati dalla banca per un ammontare non inferiore a 37,197 milioni».

Operazione Jp Morgan
Tra le accuse, inoltre, «l'operazione di acquisto di un portafoglio di crediti ipotecari vitalizi da Jp Morgan formalizzato in data 11 febbraio 2015». Secondo i pm, «al fine di ostacolare le funzioni di vigilanza demandate a Banca d'Italia, comunicavano falsamente l'ammontare del patrimonio di vigilanza, omettendo di detrarre dagli elementi del capitale primario di classe 1 (Cet1) dichiarato nella prescritta comunicazione trimestrale (…) le n. 900mila azioni proprie trasferite a Jp Morgan quale parte del corrispettivo dell'operazione per un controvalore di 35,5 milioni di euro a fronte delle quali la stessa Veneto Banca aveva assunto un obbligo di riacquisto».

Aggiotaggio
Infine la Procura di Roma ritiene che avrebbe «diffuso nelle comunicazioni periodiche destinate a Banca d'Italia, nei bilanci annuali e nelle informative al pubblico, dati non corrispondenti al vero, con particolare riferimento all'ammontare del patrimonio di vigilanza in relazione alla qualità del portafoglio crediti, alla stima del sovraprezzo delle azioni, nonché al superamento degli stress test imposti dalla vigilanza europea».

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