GRANDI OPERE

Venezia, per il Mose mancano all’appello gli ultimi 200 milioni

di Jacopo Giliberto

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3' di lettura

Per finire il Mose contro l’acqua alta di Venezia mancano all’appello gli ultimi 200 milioni di euro. Meglio: gli ultimi 200 milioni ci sono, sono stati stanziati dal Governo ma (come al solito) vengono distillati dal bilancio dello Stato a goggia a goccia, con parsimonia infinita. Così il Consorzio Venezia Nuova, l’organismo che lo costruisce e lo gestirà, ora commissariato sotto controllo attentissimo dopo anni di gestione facile, ha emanato due bandi europei per chiedere quali banche volessero anticipare quella cifra stanziatissima e stragarntita dallo Stato. Ma le due gare sono andate deserte. Di tutta l’Unione europea non si è presentata all’appello veneziano nemmeno una cassa di risparmio, non una cassa rurale, neanche una banca di credito cooperativo di un Paese lontano.

Finora il progetto Mose è costato 5 miliardi e 493 milioni. E 15 anni dopo il varo politico è quasi finito. Il grosso dei lavori è completato e manca la parte finale: sono già state incernierate al fondale tre delle quattro dighe (tecnicamente: paratoie) che chiuderanno fuori dalla laguna il mare quando si alzerà troppo.

Il Mose è il colosso che dovrà difendere Venezia dalle acque alte eccezionali. Le dimensioni faraoniche e bibliche si leggono anche nei nomi alterati nel loro accrescitivo: il Comitatone approvò il Progettone il 3 aprle 2003. Il Mose è la sigla di Modulo sperimentale elettromeccanico, il prototipo di una singola paratoia che venne realizzato 30 anni fa per provarne la meccanica. Questo singolo elemento di acciaio faceva pensare all’episodio biblico di Mosè che divise le acque del mare e protesse il suo popolo. In questo caso, sono dighe mobili a scomparsa che quando l’acqua dell’Adriatico salirà troppo verranno sollevate per chiudere e isolare la laguna.

I 15 anni dal Comitatone che deliberò l’opera sono solamente la parte finale di un progetto che risale a mezzo secolo fa, a quel 4 novembre del 1966 quando ci fu l’acqua alta più devastante per Venezia; da allora la città cominciò a svuotarsi di abitanti e a trasformarsi in un turistificio feroce. Seguirono la Legge Speciale per Venezia e una legge che nell’aprile del 1984, cioè 34 anni fa, individuò proprio nelle dighe a scomparsa la soluzione per salvare dal mare la città.

Il 3 aprile 2003 il Comitato interministeriale per la salvaguardia di Venezia, cioè il Comitatone, diede il via libera al progetto. Un mese dopo, era il maggio 2003, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fece la cerimonia di posa della prima pietra e il ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, pronosticò con ottimismo che l’opera sarebbe stata pronta dopo 8 anni, cioè nel 2011. Tre anni dopo, estate 2014, tutto si fermò per un’inchiesta sulle spese faraoniche del Consorzio Venezia Nuova, con 35 arresti, la stima di tangenti per 40 milioni e il blocco totale dei lavori.

Il pronostico ottimista di Lunardi era del tutto sballato. Ottimista pare anche il cronoprogramma attuale, che stima la conclusione dei lavori per l’inverno prossimo, dicembre 2018. Lo ha ammesso lo stesso presidente dell’Anac Raffaele Cantone — che guida il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova — secondo il quale i lavori «si protrarranno almeno fino al 2019-2020». Una previsione realistica fa pensare al pieno funzionamento dall’estate-autunno 2021.

Ormai mancano solamente le ultime 20 paratoie di San Niccolò delle 78 che formano le quattro barriere alle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia. I lavori dovranno fermarsi per il passaggio estivo delle odiosamate navi da crociera e ricominceranno in autunno. Poi mancano gli impianti accessori, come compressori, arredi, ascensori, condutture. Gli edifici fuori terra saranno valutati in dibattito pubblico dai cittadini. Finiti i lavori, i collaudi e rotta la bottiglia di spumante per il varo, il funzionamento a regime costerà 80 milioni l’anno.

Gli ultimi 221 milioni di euro già stanziati saranno erogati entro il 2024. Ma bisogna pagare i lavori e servono subito. Così il Consorzio Venezia Nuova aveva bandito l’estate scorsa una prima gara da 50 milioni. Zero offerte. Un mese fa è scaduta senza offerte anche una seconda gara fra le banche europee per anticipare altri 150 milioni; in palio anche il servizio di tesoreria. Più che per i dubbi sulla validità dell’opera o sulle contestazioni nimby, con ogni probabilità le banche europee hanno ritenuto poco rimunerative entrambe le gare.

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