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Venezia: Mose, il caso e la speranza. Ma non c'è un piano B

Il caso e la speranza sono grande parte di questa lunga storia, che ha fatto di Venezia, avvolta da una struggente e raffinata bellezza, una capitale delle occasioni mancate

di Guido Gentili

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2' di lettura

Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha l'impressione che «il destino di Venezia sia nella mani del caso».

E il sindaco Luigi Brugnaro, apparso sinceramente disperato, chiede di partecipare al tavolo delle decisioni su Venezia perché non conosce lo stato di avanzamento dei lavori del Mose , le dighe mobili che dovrebbero proteggere la città dall'acqua alta.

Con un’opportuna dose di realismo aggiunge poi che «non c'è alcun piano B», che non è certo che il sistema funzionerà ma che il Mose è «l'unica speranza che abbiamo».

Il caso e la speranza sono grande parte di questa lunga storia, che ha fatto di Venezia, avvolta da una struggente e raffinata bellezza, una capitale delle occasioni mancate.

Ad esempio il grande banchiere Raffaele Mattioli, assieme al ministro Mario Ferrari Aggradi, nel 1971 presenta l’idea di un prestito raccolto sui mercati di tutto il mondo che avrebbe potuto finanziare la prima, organica Legge speciale per Venezia.

La legge arriva nel 1973, nell’anno stesso in cui Mattioli muore. Ma nel frattempo il prestito, da veneziano, diventa un'altra cosa: i soldi raccolti si disperdono su altre strade senza che nemmeno si riesca a capire bene cosa sia veramente accaduto.

La vicenda, a metà anni Settanta, è al centro di un libro due giornalisti inglesi del Sundey Times. Il titolo, The death of Venice, riecheggia quello del romanzo di Thomas Mann e del film di Luchino Visconti, del 1971. In Italia è stampato nel 1977 da Garzanti: «Venezia muore. Una cronaca impietosa di ciò che non è stato fatto per salvare la città più bella del mondo».

Recensendo il volume, The Economist nota che il prestito è stato snaturato dai politici senza scrupoli a Roma e dall'apatia politica tra gli stessi veneziani. Conclusione: le conoscenze frutto della ricerca di dieci anni «permetterebbero di salvare Venezia, ma ciò potrebbe anche non accadere».

Le dighe mobili, come ha spiegato Jacopo Giliberto sono oggi “quasi” finite. Il progetto nacque nel 1966. Sono costate oltre 5 miliardi e sono state nel 2014 al centro delle inchieste della magistratura: corruzione, tangenti, arresti.

Ora le barriere vengono azionate in via sperimentale ma mancano i collaudi finali, la cabina di regìa e la procedura di autorizzazione per l'apertura e la chiusura delle dighe. Per il 30 giugno dell'anno prossimo è previsto il termine della realizzazione degli impianti e l'inizio del loro funzionamento.

C'era un esperimento in programma lo scorso 4 novembre che è poi stato sospeso perché alcune condutture vibravano troppo. La grande onda è arrivata qualche giorno dopo con il risultati che conosciamo. Vedi il caso. “Sperimentalmente” si sarebbe potuto far di meglio? Pare di no, perché i dipendenti del Consorzio che gestisce l'opera sarebbero rimasti a casa per una direttiva interna. Motivo, le cattive condizioni meteo. Se vera, un'altra pagina da dimenticare in questa storia infinita. E non c'è un “piano B”.

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