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Venezia, il Mose funziona. Ecco come

È riuscita la prima prova di sollevamento delle paratoie contro l’acqua alta. I dubbi e i costi (faraonici). È incompleto ma può già essere usato

di Jacopo Giliberto

Mose, a Venezia primo test per le 78 dighe mobili

È riuscita la prima prova di sollevamento delle paratoie contro l’acqua alta. I dubbi e i costi (faraonici). È incompleto ma può già essere usato


5' di lettura

Prima di tutto, il fatto. Sì, il Mose funziona. Funziona anche se con qualche smagliatura.
Venerdì 10 luglio dopo le 11 di mattina nelle tre bocche di porto che uniscono l’Adriatico con la laguna le 78 paratoie colossali d’acciaio incernierate nel calcestruzzo del fondo del mare si sono alzate fra gorghi e mulinelli e hanno diviso le acque, come il Mosè, quello biblico con l’accento.
Dopo migliaia di anni da quando esiste, per la prima volta la mutevole laguna di Venezia è stata separata dal suo mare.

Finora il Mose, le dighe mobili contro l’acqua alta, è stato sperimentato a tronconi e per sezioni; mai tutto insieme.

L’obiettivo è arrivare certo alla data prevista del 31 dicembre 2021 con la consegna dell’opera dal Consorzio Venezia Nuova, il concessionario dei lavori, allo Stato, il committente. L’obiettivo è soprattutto capire se in autunno, quando ricomincerà la stagione delle acque alte, in emergenza si potrà usare il Mose in forma provvisoria.

Danni per 20 milioni

Come è ovvio, la grande prova generale non ha lenito l’acidità dei molti brontoloni cronici e dei sospettosi patologici. Sospetti e brontolii non infondati, come nel caso della sabbia che ha rallentato alcune manovre finali.
Il Mose funzionerà? In occasione della prima prova totale di chiusura delle bocche di porto la marea era una serenissima marea da appena 65 centimetri.
Le 78 paratoie d’acciaio immorsate sul fondo resisteranno a tempeste e fortunali? Faranno opposizione contro le maree più alte? In caso di guasto di alcuni dei 78 elementi, che cosa accadrà?

Ben diverse le condizioni furiose di otto mesi fa, quando un’acqua alta disgraziata e violentissima aveva allagato Venezia con 183 centimetri di onde rabbiose che devastarono un patrimonio artistico, culturale ed economico di valore incalcolabile.
Nell’immediatezza del fatto arrivarono a Venezia il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, e i ministri più coinvolti dalla salvaguardia di Venezia, a cominciare dalla ministra delle Infrastrutture e trasporti Paola De Micheli, e stanziarono aiuti per 20 milioni.

E poi la sabbia. Le cerniere. E la ruggine. I commenti dei dubbiosi si sono concentrati su questi aspetti.

La sabbia e altri pasticci (superabili)

Secondo alcuni, si stanno già ammalorando le cerniere d’acciaio su cui ruotano i colossali elementi che allineati formano le dighe del Mose.

Altri osservano che sui fianchi delle paratoie verniciate di giallo si formano leggere infiorescenze che paiono ruggine, ma più facilmente sono alghe che sono riuscite a vegetare nonostante le potenti vernici.

La sabbia come è accaduto anche questa volta, è quella che si deposita sulle paratoie quando sono a riposo sul fondo del mare, ma anche quella che s’infiltra negli alloggiamenti quando le paratoie sono al lavoro.
Quando dormono sul fondo, i grandi cassoni d’acciaio riposano in alloggiamenti di calcestruzzo sul fondo del mare.
Quando viene compressa aria, galleggiano, escono dagli alloggiamenti e in un mulinare di gorghi si alzano formando una barriera. Quei gorghi della corrente risucchiano negli alloggiamenti la sabbia e i sedimenti; quando è finito il lavoro di difesa e i cassoni sono affondati per tornare a riposo, il loro alloggiamento si è riempito in alcuni punti di sabbia, e le paratoie non riescono a rientrarvi.
Il problema della sabbia non è comune a tutte le 78 paratoie del Mose; è stato rilevato solamente per alcuni elementi a ridosso della spalletta di Punta Sabbioni (un nome che conferma la grande quantità di sabbia) e si era provveduto a rimuovere la sabbia tramite il lavoro di alcuni sub armati con potenti spruzzatori d’acqua.
S’è ripetuto anche questa volta, quando alla fine della prova le 6 paratoie più vicine alla riva di Punta Sabbioni hanno avuto difficoltà nel rientrare nella posizione di riposo perché hanno trovato troppi sedimenti; ma se fosse ricorrente il problema chiederebbe una soluzione definitiva e costosa per impedire l’intrufolarsi dei sedimenti.

Un test, non una passerella

Durante la prova di sollevamento generale Conte e De Micheli con la commissaria straordinaria al Mose Elisabetta Spitz si sono presentati sul Mose in favor di telecamere e con la benedizione di don Alessandro, il reverendo parroco di Treporti in elegante tonaca lunga color ecru, per l’evento di funzionamento dell’intero sistema. Finora il Mose era stato fatto funzionare solamente per singole sezioni, mai tutto insieme.

Ha assicurato Conte che è stato un «test» e non «una passerella né un’inaugurazione» — sarebbe stata la terza, dopo quella fiabesca voluta dal politico socialista Gianni De Michelis e quella condotta nel 2003 dall’allora premier Silvio Berlusconi per l’apertura del cantiere.

Manca il cervello

Sono passati 17 anni da quel 2003 quando una draga rovesciò in acqua la prima dose di roccia fra gli applausi di ministri e sottosegretari, e 17 anni dopo il Mose non è finito. Funziona, come s’è visto ieri, ma non è finito.
La commissaria Spitz dice che «servono ancora 18 mesi», cioè l’anno e mezzo previsto per la consegna dell’opera con collaudi e certificazioni per il 31 dicembre 2021 già previsto.

I muscoli di acciaio e calcestruzzo, gli arti colossali del Mose ci sono. Manca il cervello.
La prova generale del 10 luglio è stata condotta in modo provvisorio, con compressori non definitivi, con squadre di addetti mobilitati per l’occasione.

Manca la futura agenzia che dovrà gestirlo, non si sa bene ancora come. Vi sono diverse ipotesi e proposte.
Manca la modellistica fine di funzionamento: con quali condizioni meteorologiche?
Le regole d’ingaggio: chi stabilisce l’emergenza acqua alta?
I cablaggi di sicurezza di fibra ottica.
I gruppi elettrogeni d’emergenza.
Le linee antincendio.
I sistemi di ridondanza.

E soprattutto mancano gli ultimi 200 milioni con il quali il Consorzio Venezia Nuova dovrà finire l’opera per salvare Venezia. I soldi ci sono, sono stati stanziati tempo fa, ma non vengono erogati. Rimangono nelle casse dello Stato.

Così in queste settimane alcune aziende che stavano realizzando l’impiantistica e la tecnologia del Mose hanno minacciato di chiudere il cantiere e di rimandare a casa i tecnici se i pagamenti pattuiti non arriveranno.

La partita delle infrastrutture

Un altro capitolo economico riguarda la manutenzione e la gestione futura. Non meno di 80 milioni l’anno, è la stima delle poste a bilancio del Consorzio Venezia Nuova. Non meno di 100 milioni, è la stima più ricorrente. Non meno di 120 milioni l’anno è la stima più probabile. Spropositi economici? 

Di sicuro il Mose in questi 17 anni di lavori e di inchieste giudiziarie finora è costato almeno 5,3 miliardi su una previsione finale di 5,5 (gli ultimi 200 milioni sono quelli stanziati ma non erogati).

Secondo stime approssimate, gli sperperi faraonici e il denaro pubblico scialacquato possono essersi aggirati attorno al miliardo.

Nel 2014 le inchieste giudiziarie hanno fermato il mulinare di denaro e hanno messo il Consorzio Venezia Nuova sotto il controllo rigoroso di tre commissari, dell’autorità anticorruzione di altri organismi severi di verifica.

Ma da mesi a Venezia si gioca una battaglia per il controllo decisivo di grandi infrastrutture e istituzioni: Camera di Commercio, Mose, Autorità del porto, Fondazione Cassa di Risparmio e così via.

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