dopo l’acqua alta

Venezia, viaggio dentro il Mose: “budello” di acciaio e cemento sotto il mare

In Laguna è di nuovo emergenza, il livello dell’acqua alta sta per l’ennesima volta mettendo in forte difficoltà la città. E l’entrata in funzione del Mose sembra ancora lontana, slittata al 2021. Ma cos’è esattamente il  Mose? Com’è costruito? Ecco il racconto del viaggio compiuto dentro le sue “viscere”

di Serena Uccello

Detto e contraddetto: il Mose e le parole scritte sull’acqua

In Laguna è di nuovo emergenza, il livello dell’acqua alta sta per l’ennesima volta mettendo in forte difficoltà la città. E l’entrata in funzione del Mose sembra ancora lontana, slittata al 2021. Ma cos’è esattamente il  Mose? Com’è costruito? Ecco il racconto del viaggio compiuto dentro le sue “viscere”


6' di lettura

A Venezia è di nuovo emergenza, il livello dell’acqua alta sta per l’ennesima volta mettendo in forte difficoltà la città. E l’entrata in funzione del Mose sembra ancora lontana, slittata al 2021. Per capire cos’è quest’opera vi proponiamo questo “diario” di viaggio che ho scritto nel 2015 ma che resta ancora attuale.

Il 4 novembre 2015, Venezia ore 10.
Cammino su un pavimento di griglie, una incastrata all'altra. Acciaio, ben luccicante. Incastrate, sí, incastrate, non incollate, né tenute insieme da viti o chiodi, questo non è un pavimento qualunque. Cosí cammino quasi sospesa. Stimo a una trentina di centimetri dal cemento armato. Il vero scheletro appoggiato sul fondo del mare. Tra i miei piedi “volanti” e i piedi del mostro (monstrum, meraviglia) arterie di tubi. Altro acciaio si intreccia ad acciaio. Distinguo serpentelli colorati, ma il nero certo è il colore dominante. Chiedo: è l'anima elettrica. Mi blocco e osservo con scrupolo come chi può capirci qualcosa e dirsi “questo serve a questo, questo a quest'altro”, oppure “da qui, da questo tubo passa questo, da quest'altro quest'altra cosa”. È un automatismo inutile, visto che serve una perizia tecnica specifica e non comune, mi accontento della suggestione.

Venezia, acqua alta da record. Danni a San Marco

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La mia guida è un ingegnere con la barba, i primi capelli bianchi e, dal cartellino sul petto, i miei stessi anni. Lavora qui da sempre, cioè da quando hanno aperto questo cantiere quattordici anni fa, da quando la ghiaia qui era solo ghiaia e non le pietre (di spessore diverso ma tutte contate e misurate) che avrebbero costituito l'isola artificiale, ovvero il primo utero del mostro.

L'ingegnere fraintende il mio sguardo calamitato. «In questo punto non abbiamo ancora finito di pulire, ecco perché c'è ancora qualche granello». Qualche granello di polvere ai piedi del mostro e immagino aspirapolvere, strofinaccio e paletta. E gli operai che ho già visto in azione all'ingresso. Un'azione quotidiana e ovvia in un luogo straordinario. Io invece sto pensando al fatto che nulla qui è a caso, ogni ingranaggio corrisponde a qualcosa, serve a qualcosa. Vivo il luogo a maggiore funzionalità, in cui ogni microparticella è parte efficace e funzionale di una parte piú grande. Niente che non corrisponda a qualcosa, nulla che non serva a svolgere un compito. Penso che sto camminando a tredici metri sott'acqua.

Ho sulla testa un elmetto giallo, sulla giacca un gilet anch'esso giallo di quelli che a luci spente luccicano, e sto attraversando la galleria che collega le due spalle (da sinistra a destra) del Mose a Treporti. Compio passi silenziosi e passi in cui invece le griglie si sfiorano, cosí un suono metallico segna i metri. In fondo un fruscio, ovvero il sistema di aerazione, ciò che fa respirare noi e il Monstrum. Ora sono quasi a metà della galleria fatta da sette cassoni di cemento armato. Un boato sulla testa, come un motore e poi una scia d'acqua. È il rombo di un motore, «un motoscafo», mi dice l'ingegnere che intanto mi ha fatto entrare dentro una delle “stanzette” ai fianchi del corridoio centrale. Sono rigida, mi muovo rigida. Rigido il collo, rigide le spalle e le gambe.

Questo perché ho paura di sfiorare alcunché o che dal mio corpo scivoli via qualcosa, anche solo la piccola porzione di un fazzoletto di carta. Temo l'errore fatale, ovvero che un gesto da nulla provochi una reazione esorbitante. Di innescare l'errore, di creare chissà quale danno dalle catastrofiche conseguenze. Naturalmente non può accadere nulla. È solo la fantasia di chi si agita dentro una tecnologia sofisticata e per questo misteriosa. Dopo tutto qui si tratta di fermare il mare, di salvare Venezia. Costi quel che costi.

Costi quel che costi: una storia esemplare.
Tra il febbraio del 2013 e il giugno del 2014, a piú di vent'anni da Tangentopoli, una serie di inchieste e di arresti ha qui ribaltato i vertici della politica regionale, azzerato giunte, riportato in un'aula di tribunale l'impresa italiana. Ha in fondo detto, a colpi di ordinanze, che sí sono passati vent'anni, che sí credevamo di aver imparato la lezione, che sí la prima Repubblica era incatenata all'inchiostro dei libri, ma di fatto corruttori eravamo e corruttori siamo rimasti. E non solo nell'offensiva superficialità o stupida scaltrezza di allungare qualche banconota. La sveglia? La seconda Tangentopoli, l'inchiesta, anzi le inchieste che hanno portato il codice penale dentro il Mose.

Qui, dentro un budello di cemento in mezzo al mare comincia pertanto il tempo delle domande e della ricerca. Mose, dunque il gigante, Mose la salvezza, Mose l'inganno. Macchina sí scientificamente prodigiosa, ma a quale prezzo? Mose che sta per Modulo sperimentale elettromeccanico. All'inizio, cioè nel 1975, il ministero dei Lavori pubblici lanciò un appalto che era anche un concorso internazionale e si misero all'opera separatamente sei ricercatori italiani e un olandese: dopo, quando cercarono di mettere insieme tutte le diverse proposte, nacque quello che fu chiamato “progettone”. Successivamente l’idea divenne prototipo, ed esattamente il prototipo di una paratoia in scala reale, realmente utilizzata tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta per eseguire prove e simulazione, il progettone fu il Mose, un acronimo certo, ma anche il riecheggiamento del biblico Mosè che divise le acque del Mar Rosso per salvare il popolo ebraico in fuga dall'Egitto.

Mose che sta per sistema. Il sistema che avrebbe dovuto realizzare la piú grande opera infrastrutturale d'Italia (qualcuno dice d'Europa) e invece di fatto ha prodotto il manuale della “Perfetta corruzione”. E questa non è solo una storia veneta né tanto meno solo un simbolo. Sarebbe cioè riduttivo definire quello che qui è accaduto un simbolo del malaffare italico. Qui si è piuttosto consumata una codificazione: la messa a protocollo di un modello di gestione economica degli appalti pubblici che invece di creare ha sottratto, che invece di produrre efficienza ha generato clientelismo. Un modello che ha finora drenato oltre 6,2 miliardi, un terzo dei 18,7 miliardi spesi dallo Stato per le opere di salvaguardia della laguna dal 1984, oltre il triplo dei due inizialmente ipotizzati, con una progressione vertiginosa1. Ma l’aspetto drammatico è che negli anni ogni previsione, certo, ma pure ogni consuntivo sono stati smentiti e quindi aggiornati. Questo vuol dire che contro ogni ragionevolezza ci siamo impelagati nella realizzazione di un’opera di cui non conosciamo il costo finale. Per non parlare del fatto che al costo finale dovremo poi aggiungere le spese per la manutenzione. E anche su questo aspetto non c'è alcuna chiarezza.

Sul treno che da Milano Centrale mi ha portato a Venezia Mestre per raggiungere il cantiere di Treporti ho riletto alcuni passaggi di un libro in cui viene ben ricostruito quanto è accaduto solo un paio di anni fa, ovvero «il terremoto giudiziario che ha travolto il quarto presidente del Veneto», preso «dentro fino al collo il Magistrato delle acque, la Corte dei Conti, il Cipe, i servizi segreti, uomini della polizia, della Guardia di Finanza, strutture dei ministeri del Tesoro, delle Infrastrutture, dell'Ambiente» e sfiorato «la Presidenza del Consiglio». In particolare mi sono segnata questa frase: «Lo scandalo Mose – scrive Mazzaro – non è uno scandalo veneto anche se l'acqua alta da fermare è a Venezia. La catena delle collusioni porta a Roma. Investe l'apparato dello Stato, personaggi con ruoli di governo, decisivi nel finanziare uno dei piú grossi centri di spesa pubblica del Paese. Le dimensioni e la gravità superano quelle dell'inchiesta sull'Expo di Milano».

Perché se considero i numeri, l’ampiezza dell'opera e gli anni impiegati a girarci attorno, l'affermazione mi appare centrata e mi riporta a un'altra lettura, alle parole cioè di Raffaele Cantone, il magistrato che ha presieduto l'Autorità nazionale anticorruzione. Per Cantone cioè il Mose è un unicum al punto da affermare che «una vicenda molto piú inquietante, piú grave di quello che è stato scoperto sull'Expo»; in questo caso, spiega, è «stato creato un sistema su misura, fondato proprio sulla legge che istituiva il Consorzio Venezia Nuova, e sostenuto dalle imprese che dovevano realizzare i lavori miliardari».

E nel far riferimento alla legge istituita, ossia alla cornice normativa che è stata l'atto di nascita di quest'opera, Cantone allude a un'altra patologia italiana, vale a dire l'adesione alla logica dell'emergenza: «È stata messa a disposizione una quantità enorme di denaro, senza trasparenza: un tesoro che è sfuggito a ogni verifica. Il paradosso è che mentre nei cantieri di piccola-media grandezza si è mantenuta una qualche forma di vigilanza, in questo caso le regole sugli appalti di fatto sono state deliberatamente aggirate: proprio lí dove era necessaria maggiore attenzione, perché c'erano in ballo gli interessi piú rilevanti, si è preferito abbattere i controlli. O utilizzare deroghe che permettevano di gestire tutto senza gare, e quindi seguendo il modello del G8 della Maddalena e di tante altre strutture affidate alla Protezione civile. Oppure inventando meccanismi ad hoc, proprio come è avvenuto per il Mose, trasformato in un pozzo di malaffare senza fondo che ha inghiottito una massa sconvolgente di soldi pubblici».

Ma piú che l'analisi, a inquietarmi sono state le conclusioni di Cantone, che poi sono le medesime di Mazzaro: «Grazie a questi denari, da Venezia la corruzione si è insinuata ovunque, non c'è istituzione locale o nazionale che non sia stata coinvolta nelle indagini, con accuse a esponenti di tutti gli schieramenti politici».

(Queste pagine sono state pubblicate per la prima volta in Corruzione, di Piergiorgio Baita e Serena Uccello, Einaudi)

PER APPROFONDIRE:
Acqua alta a Venezia, tutti gli eventi eccezionali dal 1875

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