Global View

Venezuela al bivio tra dittatura e rinascita

di María Corina Machado

(AFP)

4' di lettura

La violenta ondata di proteste che ha travolto il Venezuela lo scorso anno ha attirato l’attenzione globale sulla difficile situazione in cui versa il mio Paese. Milioni di venezuelani hanno abbandonato la propria terra e molti altri stanno cercando di sfuggire alla fame, alle malattie e all’oppressione. Invece di cercare di porre fine a questa sofferenza, il presidente Nicolás Maduro ha adottato misure per rafforzare il proprio potere dittatoriale, suscitando la condanna internazionale.

Ma se la crisi del Venezuela è ormai al centro dell’attenzione mondiale, sono in pochi ad aver compreso appieno le ragioni di quanto è accaduto nel Paese, o le possibili implicazioni che potrebbe avere una svolta totalitaria anche all’estero. Un regime che ha trasformato quello che un tempo era un Paese florido in un ricettacolo di povertà e crimine rappresenta una minaccia non solo per i venezuelani, ma anche per il percorso democratico compiuto dall’intera regione nell’arco di decenni.

Loading...

Il dispotismo di Maduro è stato equiparato al controllo esercitato da Raúl Castro su Cuba. La differenza è che, anziché un regime totalitario conclamato, quello che si è instaurato in Venezuela, per utilizzare un termine preso in prestito dal teorico tedesco Carl Schmitt, è uno “stato di eccezione” permanente. Sfruttando l’illusione delle elezioni libere per gettare fumo negli occhi, Maduro è riuscito a svuotare la democrazia venezuelana della sua sostanza, subordinando tutte le istituzioni più importanti, in particolare il Consiglio Elettorale Nazionale, al governo.

Con questo trucco “democratico”, il regime uccide, tortura, perseguita ed esilia i suoi oppositori, minaccia e intimidisce i suoi critici, e censura o chiude gli organi d’informazione, soffocando poco a poco la libertà. Attraverso un assoggettamento graduale, il regime sembra intento a non oltrepassare una “linea rossa” invisibile che potrebbe spingere la comunità internazionale ad assumere una posizione più dura nei suoi confronti.

Purtroppo, per il momento Maduro non ha di che preoccuparsi. Essendo la Guerra Fredda ormai lontana nella memoria, i campanelli di allarme dell’occidente non suonano più come una volta. Molti leader occidentali stentano a riconoscere il pericolo che il regime di Maduro rappresenta per la stabilità delle democrazie latinoamericane, per la sicurezza dell’occidente in generale, e per gli interessi degli Stati Uniti in particolare. A parte il rifiuto del presidente americano Donald Trump di escludere un’azione militare, gli sforzi internazionali per salvare la democrazia in Venezuela sono stati generalmente fiacchi.

Sono molte, invece, le ragioni che giustificherebbero una maggiore pressione a livello internazionale. Innanzitutto, il regime di Maduro continua a rifornire Cuba di petrolio venezuelano e di denaro per sostenere la dittatura di Castro. Nessun osservatore prudente accoglierebbe con favore le implicazioni di lungo termine di questa collaborazione.

Il regime di Maduro, inoltre, sostiene, spesso finanziandole, forze politiche destabilizzanti che vanno dai partiti radicali e i gruppi secessionisti in Spagna, Regno Unito e altri Paesi europei a note organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, dove intrattiene stretti rapporti con l’Iran e gli islamisti radicali (continuando la politica del suo predecessore). Inoltre, il governo del Venezuela spesso appoggia iniziative diplomatiche anti-occidentali presso le Nazioni Unite, e fomenta divisioni e conflitti all’interno di organi regionali, come l’Organizzazione degli Stati Americani.

Infine, tanto per non dimenticare nulla, le implicazioni del regime con i cartelli della droga colombiani e messicani, il riciclaggio di denaro e il traffico di armi sono tutte ampiamente documentate.

Durante gli scontri con il regime avvenuti quest’anno in tutto il Paese, cittadini disarmati, coraggiosi e determinati hanno sfidato apertamente le forze di sicurezza di Maduro, dimostrando che i venezuelani hanno tutta l’intenzione di resistere agli attacchi contro la loro libertà. I sacrifici che la gente, soprattutto i giovani, hanno già fatto sono una testimonianza di tale impegno.

Dunque, cosa succederà adesso? Un cambiamento di regime, che è una priorità assoluta per molti, è ancora possibile, ma solo se si utilizzeranno gli strumenti giusti. Per abbattere le forze del dispotismo e sfidare la cricca al potere, i venezuelani dovranno ricorrere a una strategia di disobbedienza civile che preveda una pressione esterna continua sulle fonti di sostegno finanziario e istituzionale del governo, nonché una prolungata mobilitazione della protesta interna.

Questa strategia non è condivisa da tutto il movimento di opposizione. Alcuni ritengono che le forze pro-democrazia siano state sconfitte dalla dittatura e che, pertanto, l’unico modo per combattere questa nuova normalità sia cercare di migliorarla dall’interno. Un simile approccio, però, non può che condurre a una rappacificazione, seguita da una convivenza, quindi da una sottomissione.
La storia suggerisce che quando una nazione è spinta al limite, i suoi patrioti reagiscono. Per tale ragione, sono convinta che, nei prossimi mesi, un’opposizione rigenerata tornerà a scuotere il Paese. Non appena la gente capirà che il regime di Maduro non ha alcun interesse a contenere la catastrofe sociale ed economica che ha travolto il Venezuela, le proteste ricominceranno.

Oggi, il Venezuela è in attesa. Partiti democratici e gruppi della società civile si stanno organizzando per ritrovare un nuovo e potente slancio libertario. Insieme ad altri partner internazionali, i democratici venezuelani continueranno a impegnarsi per intaccare il regime e rivendicare la libertà di tutti i cittadini.

I venezuelani hanno un debito di gratitudine verso coloro, nella comunità internazionale, che hanno già risposto ai nostri appelli. Oggi torniamo a chiedere ai nostri amici stranieri di mettere da parte gli atteggiamenti ambigui e di smettere di cercare un dialogo con un regime che non ha mostrato alcuna intenzione di negoziare. Chiediamo, invece, ai leader mondiali di sostenere l’Assemblea Nazionale, un organo legittimo, e di riconoscere la Corte Suprema, che è stata costretta all’esilio. E tutti i Paesi liberi dovrebbero continuare a denunciare la “narco-dittatura” attualmente in carica.

Il Venezuela si trova davanti a un bivio. Da un lato c’è la resa al consolidamento di un regime criminale, una scelta che implica costi incalcolabili per la regione e il mondo intero. Dall’altro, invece, ci sono il rovesciamento del regime attuale, il ripristino delle istituzioni democratiche, la fine della crisi umanitaria e la rinnovata promessa di una prosperità economica e politica.

Noi venezuelani dobbiamo decidere quale strada intraprendere, ma se vogliamo fare la scelta giusta, avremo bisogno del sostegno di tutta la comunità globale.

(Traduzione di Federica Frasca)

María Corina Machado è un ex membro dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e la fondatrice di Súmante, un’organizzazione per il monitoraggio elettorale con sede a Caracas.

Copyright: Project Syndicate, 2017

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti