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Venezuela, come si è arrivati al caos. Ora Maduro non caccia i diplomatici Usa ma si scaglia contro l’Ue

di Angela Manganaro


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«Papa, il Venezuela prega per te, tu prega per noi». Fedeli venezuelani accolgono il Papa a Panama

4' di lettura

Quando nel 1998 Hugo Chavez si presenta per la prima volta alle elezioni presidenziali con grandi promesse per i poveri del suo Paese, c’è chi ricorda improbabili quanto inediti elettori coperti di stracci o solo in mutande correre dalle favelas di Caracas giù fino al seggio più vicino. Quel Venezuela, uno dei Paesi più ricchi di petrolio e una delle democrazie più ricche e longeve dell’America Latina, non esiste più.

Quattordici anni dopo, nel 2013, Nicolás Maduro prende il posto di Hugo Chavez che prima di morire, lo indica come suo successore. Nessuno corre più verso alcuna illusione. I venezuelani di tutte le classi sociali hanno avuto quasi quindici anni per conoscere a fondo il chavismo, un lungo periodo in cui Maduro, ex camionista, è stato componente dell’Assemblea Nazionale, ministro e poi vicepresidente di Chavez.

La crisi mondiale delle ultime 24 ore
Ieri, 26 gennaio 2019, il Venezuela è stato motivo di scontro al Consiglio di sicurezza Onu fra Russia e Cina a difesa di Maduro da una parte e - caso più unico che raro di questi tempi - Stati Uniti e Ue insieme dall’altra a sostegno di Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale: americani ed europei chiedono insieme «nuove elezioni libere». Oggi Maduro dice alla Cnn turca di essere pronto al dialogo, considera improbabile se non impossibile un incontro con Donald Trump ma rinuncia a cacciare i diplomatici americani pronti a lasciare il Paese. In compenso si scaglia contro «gli sfacciati Paesi europei che dovrebbero subito ritirare l’ultimatum con cui hanno chiesto nuove elezioni entro otto giorni».

Nel frattempo a Washington il colonnello Jose Luis Silva, il rappresentante militare più alto in grado del governo venezuelano negli Stati Uniti, ha dichiarato in un video che riconosce Juan Guaidó «come unico presidente legittimo». Una presa di posizione importante visto il cruciale ruolo dell’esercito nella crisi.

Perché non è un golpe
Si sente dire che Guaidó che si autoproclama presidente sarebbe un golpe. Lo stesso Maduro lo accusa oggi di aver violato la Costituzione. Non è esattamente così.

Guaidó, ingegnere di 35 anni, è presidente dell’Assemblea Nazionale dal 5 gennaio scorso e si è autoproclamato presidente del Paese in base all’articolo 233 della Costituzione venezuelana. Articolo che dà questa facoltà al presidente dell’Assemblea (o Congresso) nel caso in cui il presidente in carica non abbia adempiuto ai basilari compiti del suo ufficio. L’articolo in verità disciplina tutti i casi di «mancanza assoluta» del presidente della Repubblica, dalla morte alla rinuncia alla destituzione ma soprattutto conferisce ampi poteri di manovra all’Assemblea Nazionale. La destituzione del presidente è prevista per mano della stessa Assemblea Nazionale che dichiara sia «el abandono del cargo» (la rinuncia alla carica) sia «la revocación popular de su mandato» (la revoca del mandato).

Guaidó come presidente dell’Assemblea nazionale può così prendere il posto del presidente Maduro e assumerne temporaneamente il potere ma solo per indire nuove elezioni entro 30 giorni.

Che cosa si contesta a Maduro
Da anni l’opposizione sostiene che Maduro non è un presidente democraticamente eletto. Sale al potere per la prima volta nel 2013 con un interim quando muore Chavez, è poi eletto lo stesso anno quando batte con un margine dell’1,6% Henrique Capriles, ma lo sconfitto e tutte le opposizioni non accettano il risultato, denunciano irregolarità, chiedono il riconteggio che Maduro, tramite commissione governativa, non concede.

Molto più contestata - e non riconosciuta dagli osservatori internazionali né dagli Stati Uniti né dai 14 Paesi latino-americani del gruppo di Lima né dal Canada- la rielezione di Maduro nel maggio 2018, anticipata di sette mesi rispetto alla scadenza naturale. I tempi delle folle di Chavez sembrano passati per sempre: solo il 46% degli aventi diritto si presenta alle urne, gli altri candidati - non nomi di spicco né rappresentativi dell’opposizione - non riconoscono il risultato. A parte gli abusi e la repressione, a Maduro si contesta la disastrosa situazione economica.

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La tragedia del Venezuela in numeri
Si potrebbe ricordare che tre venezuelani su quattro hanno perso in media 8 chili ciascuno, e la mortalità infantile è aumentata del 10 per cento, tre milioni sono ridotti completamente in miseria. Chi può scappa in Colombia. Chi resta e ha una casa e un po’ di soldi non la lascia neanche per andare a fare la spesa, perché la paura più che fondata è che qualche disperato o criminale la occupi e gliela rubi. Non esistono più né la possibilità di nutrirsi e curarsi né il diritto di proprietà.

Negli ultimi sei anni con Maduro al potere, nonostante le enormi riserve di petrolio, il Venezuela è diventato praticamente uno Stato fallito: il Pil si è ridotto quasi della metà, l’inflazione è esplosa e ha raggiunto cifre incredibili: un report di ottobre del Fondo monetario internazionale stimava che entro fine 2018 avrebbe raggiunto 1.37 milioni %. Ad agosto Maduro ha lanciato il bolivar venezuelano sovrano che ha già perso il 95% del suo valore contro il dollaro.


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