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Venezuela, i blackout dimezzano la produzione di petrolio

di Sissi Bellomo


Venezuela ancora al buio, 'strage di bimbi in ospedale'

3' di lettura

Il Venezuela – al buio e nella morsa delle sanzioni Usa – non riesce quasi più ad esportare petrolio. La situazione è precipitata con i blackout che da giovedì scorso colpiscono diverse zone del Paese, facendo più che dimezzare la produzione di greggio nel giro di pochi giorni: altri 600mila barili al giorno sono andati perduti, stima Energy Aspects, forse temporaneamente, ma è impossibile prevedere fino a quando.

Si tratta di un’ulteriore mancanza di offerta su un mercato che già soffre per il crollo dell’export dall’Iran, altro Paese colpito da sanzioni Usa, e per i tagli produttivi che l’Arabia Saudita sta effettuando con grande determinazione:  secondo indiscrezioni, per il mese di aprile Saudi Aramco ha accordato ai clienti forniture per 7 milioni di bg scarsi, a fronte di una richiesta di oltre 7,6 mbg.

La produzione di greggio del Venezuela dagli 1,1 milioni di bg di febbraio si sarebbe oggi ridotta ad appena 500mila bg. La mancanza di energia elettrica ha infatti costretto la compagnia Pdvsa e i suoi partner a fermare numerosi impianti, sia di estrazione che di lavorazione, compresi gli “upgrader”, in cui viene trattato il petrolio bituminoso dell’area dell’Orinoco. «L’output delle qualità sintetiche e del Merey miscelato (con nafta o altri greggi più leggeri, Ndr) è praticamente a zero», afferma Energy Aspects.

I blackout hanno inoltre paralizzato il porto di San Josè, principale terminal di esportazione del greggio venezuelano, riferisce la Reuters.

Non solo. Secondo la stessa agenzia, gli Stati Uniti non solo avrebbero smesso di rifornirsi da Caracas a causa delle sanzioni ma starebbero anche provando a rinviare al mittente carichi di greggio che avevano ordinato prima del 28 gennaio, data di avvio dell’embargo.

Valero Energy e Citgo (sussidiaria Usa di Pdvsa ora nei fatti espropriata) stanno cercando di disfarsi di 2 milioni di barili di greggio, afferma un documento interno di Pdvsa finito in mano alla Reuters. Chevron avrebbe invece provato – finora senza successo – a pagare in modo legale il corrispettivo di una fornitura di 4,3 mb.

In tutto si stima che vi siano almeno undici petroliere cariche di petrolio venezuelano ferme all’ancora nell’attesa di trovare un acquirente.

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Dalle carte riservate di Pdvsa emerge anche la difficoltà del Venezuela nell’importare la nafta necessaria per diluire i suoi greggi più densi: finora la compagnia è riuscita a procurarsi solo due carichi da mezzo milione di barili ciascuno, a fronte di un fabbisogno di 2-3 milioni di barili al mese. Se non troverà una soluzione, l’output potrebbe diminuire ulteriormente. Gli stoccaggi vicini ai giacimenti si stanno infati riempiendo e presto potrebbero arrivare al limite.

La crescente riluttanza degli operatori stranieri a collaborare con Psvsa è un’ulteriore complicazione: diversi armatori hanno rescisso i contratti di nolo, dopo che Caracas ha smesso di pagare con regolarità e sul timore di incorrere in problemi con gli Usa.

A differenza che con l’Iran, finora Washington si era astenuta dall’introdurre sanzioni secondarie, per costringere anche i non americani a boicottare il Venezuela. Ma il giro di vite sta arrivando.

Il dipartimento del Tesoro ha appena sanzionato la banca russa Evrofinance Mosnarbank a causa di operazioni finanziarie effettuate con Psvsa.

Altri istituti potrebbero finire nei guai. Pochi giorni fa il Consigliere per la sicurezza Usa John Bolton aveva messo in guardia le banche straniere, minacciando chiunque contribusca a «nascondere» asset per conto del regime di Nicolas Maduro.

Washington starebbe anche esercitando forti pressioni sull’India – primo acquirente di petrolio da Caracas, ora che gli Usa si sono tirati indietro – perché smetta di importare dal Paese sudamericano.

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