la storia

Venezuela, in Italia l’ultima speranza per i bimbi malati di tumore

di Livia Zancaner

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3' di lettura

«Mio figlio ha ricevuto un trapianto di midollo a Bologna nel novembre del 2012, aveva sei anni e una forma molto rara di leucemia. Ora ha bisogno di un secondo trapianto, chiediamo il vostro aiuto». 

A raccontarci la sua storia è Elisbeth, mamma di Jehiler, uno dei tanti bambini venezuelani che non possono più venire in Italia a curarsi. Le sanzioni americane, dallo scorso anno, bloccano i finanziamenti da parte della compagnia petrolifera statale Pdvsa, risorse che dal 2006 hanno permesso di curare nel nostro paese quasi 500 pazienti venezuelani, l’85% bambini.  Solo all'ospedale pediatrico J.M. de los Ríos di Caracas nel mese di maggio quattro bambini sono morti in attesa di un trapianto: Erik, 11 anni, Yeideberth 8 anni, Robert ( 7), Giovanny (6). Nel reparto di ematologia ci sono trenta bimbi che aspettano un volo per l’Italia, venti i casi più urgenti.  «Sono almeno cento in tutto il Venezuela», spiega a Radio24 Enrica Giavatto, direttrice di Atmo, l'Associazione per il trapianto di midollo osseo. Tra ottobre 2018 e febbraio 2019 Pdvsa ha dato ordine alla banca portoghese Novo Banco di effettuare versamenti da 1,5 miliardi per il pagamento di medicinali e servizi sanitari, tentativi respinti per evitare di incorrere nelle sanzioni internazionali. «Come ha dichiarato il ministro degli esteri venezuelano, servono soluzioni alternative attraverso paesi come la Russia e la Cina», aggiunge Giavatto.  Sul fronte italiano, il senatore Massimo Mallegni propone una mozione «affinché il governo si faccia carico delle cure almeno per i pazienti già presenti negli ospedali italiani».

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Al momento nel nostro Paese ci sono venti pazienti venezuelani, la metà ha meno di 19 anni. A Torino, con la mamma, c'è Carlos, 6 anni: arrivato nell'estate 2018 ha già fatto il trapianto.  Anche Valentino, 18 anni, è stato operato. È a Bologna col papà, la mamma è in Venezuela con la sorella Paula, 16 anni. Anche lei è malata, ma non ha ancora un donatore. 

Da  febbraio, pazienti e famiglie non ricevono più il pocket mensile da 600 euro e i rimborsi dei farmaci. Ad aiutarli ci sono le Associazioni, da Genova a Milano, Candiolo, Torino, Pavia e Perugia. Gli ospedali non vengono più pagati, si fanno carico delle cure ma non possono accogliere altri venezuelani: i debiti del governo di Maduro verso le 12 strutture ospedaliere italiane ammontano a oltre 8 milioni di euro. 

«Ogni anno nel nostro centro arrivano circa 15 bambini dal Venezuela, ora ci sono5 pazienti già sottoposti a trapianto di cellule staminali, stanno seguendo il regolare follow up. La situazione è complessa, non sempre sono disposti a tornare nel loro paese», sottolinea Franca Fagioli, Direttrice del reparto di oncoematologia al Regina Margherita di Torino. Al momento solo il Bambin Gesù di Roma, che nel 2018 ha accolto 62 pazienti umanitari grazie alla Fondazione, ha dato l'ok ad accogliere 10 bambini. «Per ora ne sono arrivati 4 in condizioni gravi, purtroppo un ragazzo di 17 anni non ce l’ha fatta,  aveva un sarcoma ed è deceduto subito»,  ci spiega Mariella Enoc presidente dell’Ospedale .

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Ad occuparsi della crisi in Venezuela è la Croce rossa internazionale.«La situazione sanitaria è al collasso», sottolinea il presidente Francesco Rocca. «Gli ospedali hanno un disperato bisogno di tutto, stiamo facendo entrare nel paese kit che servono per le operazioni chirurgiche, medicinali e i primi 16 generatori elettrici. A causa dei frequenti black out sono morte persone che non hanno potuto fare la dialisi, che erano in terapia intensiva o in sala operatoria – continua Rocca -  I nostri aiuti però sono una goccia nel mare: in un anno abbiamo previsto di portare assistenza a 650 mila persone su una popolazione di 30 milioni di abitanti». «Il blocco economico come strumento di guerra mette in serio pericolo la vita dei cittadini, bambini e adolescenti, che devono ricevere cure mediche specialistiche», dichiara l'Ambasciata venezuelana. In Venezuela i bimbi muoiono per cause che potrebbero essere risolte in qualsiasi paese, anche del Terzo Mondo, la denuncia della Ong Prepara Familia.

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