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Vent’anni di «Brics»: chi vince e chi perde tra i Paesi emergenti

Ecco come sono cambiati Brasile, Russia, India e Cina (più il Sudafrica) dai tempi in cui Jim O’Neill coniò una sigla destinata a entrare nella storia

di Enrico Marro

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4' di lettura

È il 30 novembre 2001 quando Jim O’Neill, capoeconomista di Goldman Sachs, firma un Global Economic Paper che entrerà nella storia. Il titolo è tutto un programma: “Building Better Global Economic BRICs”, gioco di parole tra l’acronimo appena coniato (Bric, ovvero le iniziali di Brasile, Russia, India e Cina) e una traduzione letterale che suonerebbe come «Costruendo migliori mattoni dell’economia globale».

Al quartetto si sarebbe aggiunto in un secondo momento un altro emergente all’epoca di buone speranze, il Sudafrica, allungando l’acronimo in “Brics”.

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Nella sua analisi il britannico O’Neill, che diventerà anche Commercial Secretary al ministero del Tesoro nel Governo Cameron, riflette su come il probabile boom economico di quei Paesi emergenti potrebbe impattare su un sistema di governance mondiale allora dominato dall’asse Stati Uniti-Europa.

Quattro scenari sulle potenze emergenti

«All’epoca avevo delineato quattro diversi scenari su come l’economia globale sarebbe potuta diventare nel 2010 - ha scritto O’Neill di recente - tre dei quali ipotizzavano una crescita della “fetta” di Pil globale posseduta dai quattro grandi Paesi emergenti. Alla fine, per i Bric il decennio 2000-2010 si è rivelato migliore di ogni mia aspettativa. Peccato che fino alla crisi finanziaria del 2008 in pratica non si sia assistito ad alcun mutamento del sistema di governance globale», spiega l’economista, che nota come anche dopo quegli anni sia cambiato poco, al di là dei summit del G20 e di qualche riforma di Fondo monetario e Banca mondiale.

Ma oltre vent’anni dopo quel celebre paper, come sono cambiati Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica?

Chi sono i sommersi e i salvati della globalizzazione, in particolare dopo le crisi del 2008 e del Coronavirus, ma anche la guerra in Ucraina, i colli di bottiglia nelle catene di fornitura e la deglobalizzazione?

I BRICS NEL DOPO PANDEMIA
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Brics a due velocità

La performance dei Brics nel primo ventennio del terzo millennio è decisamente a due velocità. Da una parte abbiamo l’incredibile corsa della Cina, il cui Pil reale dal 2001 è cresciuto del 980%, dall’altra c’è invece un gruppetto capitanato dall’India (+480%) e chiuso da Brasile e Russia. Il Coronavirus ha ulteriormente accentuato il distacco tra la prima della classe e gli altri, con la Russia ormai in piena crisi per le conseguenze dell’attacco in Ucraina.

Il Dragone ha chiuso un ottimo 2021 (Pil a +8,1%), anche se il 2022 secondo le ultime stime del Fmi sarà in pesante frenata (+4,4%, ben lontani dagli obiettivi di Pechino a 5,5%). Molto bene l’India, che dopo un 2020 pesante rimbalza alla grande sia nel 2021 (+8,9%) che nel 2022 (+8,2%).

Resta in difficoltà il Brasile, che quest’anno crescerà di appena lo 0,8%, mentre la Russia sconta le sanzioni con una pesantissima recessione (-8,5%), destinata secondo il Fmi a proseguire anche nel 2023 (-2,3%).

Cina e India

Nel primo ventennio del XXI secolo l’unica a fare un vero salto di qualità è stata insomma la Cina, che secondo l’ex analista di Goldman Sachs ha un’economia almeno 15 volte più grande di quella del 2001, con dimensioni triple rispetto a Germania e Giappone. Stando al Fmi la quota di Pil globale del Dragone è balzata dal 7,7% del 2001 al 17,4% del 2019; Cina e India assieme sono invece passate dal 12% a quasi il 25 per cento.

Pechino ha ancora alcuni nodi da sciogliere, dal nodo demografico alla gestione del debito societario, dalla costruzione di un mercato internazionale dei capitali adeguato alla sua potenza economica a una distribuzione più equa della ricchezza. Ma la sua corsa nell’ultimo ventennio è stata impressionante.

Ben più impegnative sono le sfide che deve affrontare il secondo “Brics” in classifica, l’India: dopo aver regolarmente battuto tutte le previsioni di Goldman Sachs nel primo decennio di questo secolo, toccando nell'anno 2010 una crescita del Pil del 10,3%, dal 2016 il Subcontinente ha iniziato a rallentare per poi ingranare la retromarcia durante la pandemia. Nel 2021 e 2022 è arrivato il rimbalzo, ma con un’economia che già faticava per la lentezza delle riforme e l’alto debito pubblico, oltre che per la fragilità del sistema bancario.

Brasile e Russia

Ma ben peggiore è la situazione del Brasile, il gigante dai piedi d’argilla con un’economia stagnante e l’incertezza sulle presidenziali di quest’anno. Per non parlare di Mosca, devastata dal boomerang della guerra in Ucraina e delle sanzioni (ma attenzione: anche nell’ultimo quinquennio, precedente la pandemia, il Pil russo era cresciuto in media di appena lo 0,7%).

La tagliola del dollaro

«È ancora possibile che nell’arco di una generazione i Brics diventino economicamente importanti come l’attuale G7 - riflette O’Neill - in particolare se il commercio internazionale e gli investimenti continuassero a crescere».

Restano tuttavia diversi ostacoli davanti alla crescita dei Brics, a partire dallo strapotere del dollaro, ormai diventato sproporzionato in rapporto al peso degli Stati Uniti.

«Nonostante il lento ma inesorabile declino economico statunitense nel mondo, il sistema monetario basato sul dollaro resta dominante come ai tempi in cui iniziai la mia carriera nel mondo della finanza, a inizio anni Ottanta - ragiona O’Neill - . Questo significa che il mondo è costretto a salire sulle montagne russe della politica monetaria della Federal Reserve, con tutti i suoi cicli». E quando la Fed procede con una stretta, i mercati emergenti la devono seguire a ruota, spesso in modo caotico.

«Il sistema monetario deve evolvere per riflettere in modo più preciso le nuove dinamiche economiche mondiali: ma finché questo non accade, sarà difficile per i Paesi emergenti raggiungere il loro pieno potenziale». Peccato, conclude l’economista britannico, perché un maggior peso economico dei Brics farebbe bene a tutto il mondo.


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