analisiL’ANALISI

Venti di crisi politica, non scherzare con il fuoco

di Paolo Pombeni

(STEFANO CAROFEI)

3' di lettura

Tempesta in un bicchier d’acqua o sasso che rotolando per la china innesca la valanga? Sembrano queste le metafore che stanno agli estremi dell’interpretazione su quanto è successo in Commissione Affari Istituzionali al Senato, ma nessuna delle due ci sembra azzeccata. Che si punti davvero a far saltare la legislatura pare difficile: significherebbe che la classe politica ha perso il senso del proprio interesse.

Ammettiamo pure che una sua parte, purtroppo non piccola, sia insensibile ai bisogni reali di un Paese che ha un disperato bisogno di governo per non perdere l’aggancio con quel po’ di ripresa che c’è e per rafforzarla, ma sottovaluterebbe le sue stesse convenienze.

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Per i partiti minori (i “nanetti” per dirla con Sartori) vorrebbe dire andare al voto con un sistema pasticciato e soglie di sbarramento altissime al Senato. Per quelli più consolidati arrivarci con l’etichetta degli sfascia-Paese, e sanno bene che non potranno evitarla con i grillini scatenati sul tema, e dunque finire nel tritacarne del voto di protesta.

Renzi poi ne uscirebbe peggio di tutti, perché perderebbe il consenso di tutte le classi dirigenti, che vedrebbero messa in gioco qualsiasi ripresa, e al tempo stesso quello di una opinione pubblica che gli verrebbe aizzata contro da chi non aspetta altro che ribadire che lui è l’uomo degli inciuci, delle pugnalate alle spalle, delle trame a mezzo fra il populismo e il machiavellismo di palazzo. Puntualmente in serata si è affrettato a far smentire qualsiasi intenzione di favorire una crisi.

Non è però neppure possibile cavarsela dicendo che in fondo l’affondamento della candidatura Pd alla successione ad Anna Finocchiaro è un normale episodio da annoverare nella lunga storia dell’opera dei franchi tiratori e della palude parlamentare, storia ben conosciuta alle nostre cronache.

Una lettura minimalista dell’incidente osta contro il clima in cui si è verificata: quando si sa benissimo che c’è una lotta di tutti contro tutti anche all’interno del Pd, che gli equilibri politici sono precari, che si è alla vigilia di un quasi referendum popolare sull’ex premier, non ci si mette a scherzare col fuoco.

E allora? Come spesso accade, l’analisi deve cogliere molte sfaccettature. La prima è quella del rapporto fra il governo e la sua maggioranza, e non in generale, ma nella contingenza della presentazione di una manovra economica e finanziaria che agita non poco i partiti politici.

La rottura in questo caso non è, come si finge possa essere, fra politici e tecnici, ma fra chi pensa solo agli animal spirits del suo elettorato di riferimento e chi si fa carico del problema di mantenere una credibilità almeno sufficiente per governare una fase economica e sociale ancora difficile. Se il secondo versante non è “politica”, abbiamo davvero smarrito il significato del vocabolo.

La seconda sfaccettatura riguarda l’eterno problema della politica italiana nei riguardi di leadership che possano apparire forti e che vogliano consolidarsi come tali. Ne hanno pagato il prezzo in molti: De Gasperi alla fine, Fanfani, Craxi, Berlusconi e, a suo modo, persino Prodi. Non si tratta ovviamente di inneggiare alle mitologie del lìder maximo, quanto di capire che si possono far convivere leader accreditati con sistemi di controllo e di bilanciamento dei poteri che ne impediscano impennate e deviazioni. Puntare invece ad un sistema dove si fa in modo che domini un potere di veti incrociati per cui non si decide nulla se non in forma iper-consociativa è una strategia suicida: in questo paese dovremmo averlo già sperimentato.

La terza sfaccettatura riguarda inevitabilmente la legislazione elettorale che va sistemata. Anche qui sarebbe saggio lasciar da parte le due illusioni mortali che ci hanno portato a tanti pasticci: quella per cui la legge elettorale deve forzare la manipolazione del voto al punto da far emergere un vincitore anche a costo di compromettere la credibilità dei risultati; quella per cui le norme devono semplicemente aiutare la sopravvivenza di chi già ha un proprio nido, per quanto minuscolo, nel sistema, anche al prezzo di far proliferare senza fine confraternite politiche senza gran senso.

In un momento delicatissimo come quello attuale è la società civile che deve imporre un freno alle dinamiche dissolutive di una classe politica in crisi. Non fosse altro perché poi sarà lei a pagare il prezzo di quelle dinamiche.

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