l’app Facebook Research

Venti euro al mese per avere i tuoi dati: così Facebook controllava gli iPhone

di Biagio Simonetta


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(REUTERS)

4' di lettura

Cosa faresti se ti dessero venti dollari al mese in cambio del controllo del tuo smartphone? Venti dollari per poter tener traccia delle app che usi e quante volte le apri, di cosa cerchi sul web, di quante volte illumini il display per vedere anche solo l'ora. Venti dollari per poter effettuare uno screenshot dello schermo, per memorizzare la cronologia degli ordini su Amazon. Venti miserabili dollari per vendere la tua privacy senza compromessi.

Lo fa Facebook (e di certo non è la sola), con un programma chiamato Facebook Research che prevede l'installazione di una particolare applicazione che gira su rete VPN e dirotta i dati dello smartphone su server di proprietà della società di Zuckerberg.

La notizia è stata lanciata da Techcrunch, che ha sollevato una questione che ora rischia di far scoppiare un incidente diplomatico (un altro) fra due aziende che negli ultimi mesi non vanno troppo d'accordo: Facebook ed Apple. Già, perché Facebook Research – nella sua versione per iPhone - è un'App che bypassa Apple Store. Non ha dunque il lascia passare dell'azienda di Cupertino, che già in passato aveva negato il permesso a Facebook di veicolare attraverso lo store ufficiale l'app Onavo Protect. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo questa storia.

Le mani sugli smartphone degli altri
Quello svelato da Techcrunch è un piano di ricerca aziendale come forse ne esistono a decine. I big del web, già in possesso di enormi quantità di dati personali, sono risultati storicamente famelici quando ci sono di mezzo le informazioni personali. Da qui lo sviluppo di App che consentano di prelevare, da un campione di utenti consapevoli, il maggior numero di dati relativi alle abitudini digitali.
Facebook negli anni ha usato Onavo Protect, un'App che ha consentito all'azienda di Menlo Park di entrare negli smartphone degli utenti aderenti al programma per prelevarne informazioni preziose. Un esempio lampante riguarda WhatsApp. È stato proprio grazie a Onavo che Zuckerberg è venuto a conoscenza, qualche anno fa, della crescita smisurata di quell'app dal fumetto verde. Era il 2013, e l'app di messaggistica istantanea fondata da Jan Koum e Brian Acton veicolava, quotidianamente, il doppio dei messaggi rispetto a Messenger. Da qui l'idea di acquistarla, e il successivo assegno da 14 miliardi. Facebook disponeva di dati che hanno dato vita a un modello predittivo azzeccato: WhatsApp cresce ancora. Sempre grazie a Onavo, Facebook ha deciso di effettuare altri acquisti (probabilmente anche quello di Instagram), o di implementare servizi di successo sulle sue piattaforme copiandoli da quelli dei competitor.

Utenti consapevoli (ma anche minorenni)
È giusto sottolineare che in questa storia non c'è nulla di illegale. Perché come per Onavo, anche per Facebook Research serve l'espresso consenso dell'utente. A far discutere, però, è l'età media degli utenti che hanno accettato di fare da cavie in questo schizofrenico balletto di dati. TechCrunch, infatti, scrive che dal 2016, Facebook ha pagato 20 dollari a utenti di età compresa fra i 13 e i 35 anni in cambio della loro privacy. Ed è sui teenager che il peso di questa faccenda diventa più gravoso. Perché per quanto ci sia l'espresso consenso dell'utente, un tredicenne che vende la sua privacy per 20 dollari al mese lo fa – molto probabilmente – in modo del tutto inconsapevole.

La posizione di Facebook
Il polverone sollevato da questa inchiesta ha costretto Facebook a prendere immediatamente posizione, e un portavoce ha fatto sapere che l'azienda «così come molte altre compagnie», invita le persone a «partecipare al programma di ricerca, grazie al quale possiamo identificare i settori da migliorare. Abbiamo fornito informazioni dettagliate sui dati raccolti, e non abbiamo ceduto nessuna informazione a terzi».
Giustificazioni a parte, da Menlo Park hanno fatto sapere anche che l'app Facebook Research per iOS (che non compare, come detto, nell'Apple Store) sarà rimossa. Mentre non è ancora chiaro cosa succederà con la versione disponibile per Android. «Sono stati ignorati - ha aggiunto un portavoce di Facebook relativamente all'inchiesta di Techcrunch - gli aspetti fondamentali di questo programma di ricerca di mercato. Diversamente da quanto è stato riportato, non c'era nulla di “segreto” nel programma; tanto che era chiamato letteralmente Facebook Research App. Non si trattava di spiare, dal momento che tutti coloro che si sono iscritti hanno seguito una chiara procedura di registrazione che chiedeva il loro consenso e sono stati pagati per partecipare. Infine, meno del 5% dei partecipanti a questo programma di ricerca era costituito da adolescenti, tutti in possesso di un modulo di consenso firmato dai genitori». Di certo, questa storia, sarà terreno di scontro fra Facebook e Apple. Giova ricordare, infatti, che Tim Cook e Mark Zuckerberg si sono punzecchiati diverse volte, negli ultimi mesi. Soprattutto dopo il caso Cambridge Analytica, col CEO di Apple che ha criticato aspramente il modello di business di Facebook e il modo in cui trattano i dati personali da quelle parti. Ma ora chi glielo racconta a Cook della VPN mangia dati che Facebook faceva girare segretamente sugli iPhone di alcuni utenti?

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